Testimoni della VERITÀ senza calcolare il prezzo

Oggi proseguiamo la lettura del prologo del Vangelo di Giovanni per scoprire un nuovo tesoro. L’aquila (Giovanni evangelista) che ha contemplato la Parola e la Luce degli uomini rivolge ora lo sguardo sulla terra nel deserto, zooma e vede un uomo.

Un uomo, mandato nel deserto della Giudea per scuotere le coscienze e preparare la venuta di Gesù Cristo.

Vogliamo capire chi era quest’uomo, quale era il significato del suo ministero e il costo della sua fedeltà alla Verità.

Ma non ci fermeremo solo a riflettere su quest’uomo perché la sua è la storia di tutti quelli che sono stati raggiunti da quella Luce e sono stati chiamati a essere “Testimoni” allo stesso modo, senza calcolare il prezzo della Verità.

Giovanni 1:4 In lei [La Parola] era la vita, e la vita era la luce degli uomini. 5 La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta. 6 Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni; 7 egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. 8 Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. …
19 Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei mandarono da Gerusalemme dei sacerdoti e dei Leviti per domandargli: «Tu chi sei?» 20 Egli confessò e non negò; confessò
dicendo: «Io non sono il Cristo». 21 Essi gli domandarono: «Chi sei dunque? Sei Elia?»Egli rispose: «Non lo sono». «Sei tu il profeta?»Egli rispose: «No». 22 Essi dunque gli dissero: «Chi sei? affinché diamo una risposta a quelli che ci hanno mandati. Che dici di te stesso?» 23 Egli disse: «Io sono la voce di uno che grida nel deserto: “Raddrizzate la via del Signore”, come ha detto il profeta Isaia». 24 Essi erano stati mandati da parte dei farisei. 25 Lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque battezzi, se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?» 26 Giovanni rispose loro, dicendo: «Io battezzo in acqua; in mezzo a voi è presente uno che voi non conoscete, 27 colui che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei calzari!»

Chi era Giovanni Battista? ….o meglio, chi non era?

Quando la delegazione ufficiale dei leader religiosi arriva da Gerusalemme per interrogarlo, Giovanni si trova al massimo della sua popolarità. Le folle lo venerano.

Gli chiedono: Tu chi sei? Sei il Cristo?

Giovanni 1:20 Egli confessò e non negò; confessò: «Io non sono il Cristo»

Giovanni stesso si definisce negando: “Io non sono”

I leader cercano in tutti i modi di incasellarlo, di dargli un’etichetta grandiosa. Nel mondo di oggi siamo tutti impegnati a costruire la nostra immagine e accumulare titoli. Per Giovanni il Battista, invece, la più grande testimonianza consiste nel dire cosa lui NON È.

“Egli confessò e non negò”

L’evangelista descrive questo momento con una doppia attestazione, un tipico modo di dire ebraico per dare più autorevolezza a quanto affermato.

«Io non sono il Cristo»

A prima vista, questo versetto sembra contenere una contraddizione. Che significa che «confessò e non negò» se subito dopo lo sentiamo negare?

Significa che Giovanni non negò la Verità. Non fu ambiguo, non cavalcò l’onda della popolarità lasciando che la gente credesse che fosse lui il Salvatore. Proprio perché non volle negare la realtà delle cose, rifiutò un titolo falso.

I religiosi però non si arrendono e tentano di offrirgli su un piatto d’argento i titoli più gloriosi:

«Che cosa sei dunque? Sei Elia?». Egli rispose: «Non lo sono».

«Sei tu il profeta?». Egli rispose: «No»»

Confesso che anche questo versetto mi ha confuso sembra una contraddizione, le profezie dell’Antico Testamento dicono chiaramente che Elia sarebbe tornato prima del giorno del Signore (Malachia 4:5), e Gesù stesso confermerà che Giovanni è l’Elia che doveva venire (Matteo 11:14).

Allora perché Giovanni qui dice «Non lo sono».? Sta mentendo?

No fratelli, Giovanni risponde alle aspettative sbagliate di chi lo interroga.

Perché nega di essere Elia?

Perché i sacerdoti si aspettavano che l’Elia storico, l’uomo rapito in cielo sul carro di fuoco secoli prima, scendesse fisicamente dalle nuvole. Giovanni sa bene di essere il figlio di Zaccaria ed Elisabetta. Non è la reincarnazione di Elia. Eppure compie la profezia perché, come aveva annunciato l’angelo, egli cammina «nello spirito e nella potenza di Elia» (Luca 1:17). In pratica egli svolge lo stesso ministero di Elia. Elia è una “voce nel deserto” che richiama il popolo e i potenti ad una scelta per Dio senza compromessi.

L’episodio chiave che rappresenta Elia è la vigna di Nabot (1 Re 21): il re Achab confisca illegalmente la terra di un cittadino comune, Nabot, facendolo assassinare dietro istigazione della regina. Elia si presenta coraggiosamente davanti al re per condannare il crimine, affermando che il sovrano non è al di sopra della legge e difendendo i diritti dei deboli.

Non vi sembra vi sia una certa similitudine con quanto accaduto a Giovanni Battista quando ha denunciato pubblicamente Erode?

Perché Giovanni nega di essere “Il Profeta”?

I sacerdoti non gli stanno chiedendo se ha un dono profetico, bensì gli stanno chiedendo se lui è “Il Profeta”; ovvero la guida promessa da Mosè in Deuteronomio 18:15 “Per te il Signore, il tuo Dio, farà sorgere in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta come me; a lui darete ascolto!”

Giovanni dice “No, non sono io” perché sa che quell’unico, vero Profeta simile a Mosè non è lui, ma è Gesù Cristo.

Immaginate la scena: gli stanno offrendo su un piatto d’argento i titoli più gloriosi che un uomo possa sognare. Chiunque di noi avrebbe ceduto a un briciolo di vanità, giocando sull’ambiguità. Giovanni invece si toglie di dosso ogni corona, ogni etichetta di grandezza, finché di lui non rimane nient’altro che una “Voce”:

Giovanni 1:23« Egli disse: «Io sono la voce di uno che grida nel deserto: “Raddrizzate la via del Signore”»

Che differenza c’è tra la Voce e la Parola?

La Voce è solo uno strumento che serve a trasmettere il messaggio e poi svanisce nell’aria; la Parola, invece, rimane per sempre. Giovanni accetta volentieri di essere un “Nessuno”, affinché rimanga la Parola eterna.

È con questa umiltà, che Giovanni compie il gesto che lo definisce: (predicazione del) il battesimo di ravvedimento, che consisteva nel portare le persone a comprendere la loro condizione e la necessità della purificazione portandole a farsi battezzare come un atto formale di conversione a una nuova vita.  

Quale era il messaggio che portava? O meglio che gridava, per far comprendere l’urgenza e l’importanza.

“Raddrizzate la via del Signore”»

 «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Matteo 3,2)

Tradotto:  “Riconosci il tuo deserto interiore, smetti di giustificarti nascondendoti dalla Luce e preparati ad accogliere il Salvatore”.

I lavaggi in acqua esistevano già, ci si immergeva da soli e lo si faceva continuamente ogni volta che ci si contaminava.

Giovanni introduce però degli elementi di novità e che fanno infuriare i religiosi, afferra le persone e le immerge lui stesso, per un rito unico che indica un cambio radicale di mentalità, un’inversione a U, un gesto di rottura totale e definitivo con il passato.

Il battesimo consisteva in un atto pubblico con il quale le persone scendevano nel fiume «confessando i loro peccati» (Marco 1:5).

Chi si immergeva dichiarava davanti a tutti: “Fino ad oggi ho camminato in una direzione sbagliata, da questo momento cambio completamente rotta e mi volgo verso Dio”. Non era un’emozione passeggera, ma una decisione di vita definitiva.

Non si trattava un lavaggio magico che cancellava i peccati; ma piuttosto una testimonianza e un’ammissione dei propri fallimenti. Non era il punto d’arrivo, ma una “sala d’attesa”. Consisteva nel preparare il terreno (il cuore), per qualcosa di immensamente più grande.

Giovanni stesso lo definisce un battesimo “in acqua”, un segno esterno di pulizia che aspettava di essere completato dal Messia, il quale avrebbe battezzato “in Spirito Santo e fuoco“.

Era una presa di coscienza della propria condizione con l’intenzione di voler cambiare la propria vita (raddrizzare la via) e la consapevolezza di non farcela da soli creava lo spazio interiore per ricevere il Salvatore.

Lo scandalo dei Giudei pii

Nel giudaismo dell’epoca, l’unico vero battesimo di immersione totale per un adulto era riservato ai pagani che volevano convertirsi all’ebraismo. Il pagano era considerato impuro e doveva essere lavato interamente per entrare nel popolo di Dio.

La novità sconvolgente del battesimo di Giovanni consisteva nel fatto che esigeva lo stesso lavaggio anche dagli ebrei.

Quando Giovanni si mette sulla riva del Giordano e grida ai Farisei, ai Sadducei che devono battezzarsi, sta lanciando un’accusa forte:

Matteo 3:7 Ma vedendo molti farisei e Sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire l’ira futura?

Tradotto: “Davanti a Dio, la vostra eredità e i vostri sforzi religiosi non valgono nulla. Siete come dei pagani e avete bisogno dello stesso loro lavaggio.

Questo battesimo serviva per far riconoscere che l’appartenenza religiosa o culturale non garantiva alcuna salvezza. Davanti a Dio, tutti avevano lo stesso disperato bisogno di essere purificati.

Per i leader religiosi, spogliarsi delle proprie vesti pulite e scendere nel fango del fiume insieme ai pubblicani e alle prostitute era un’umiliazione intollerabile. Ma questo è il prezzo che avrebbero dovuto pagare per ricevere la Luce: dovevano annientare il proprio orgoglio.

Giovanni fa crollare tutte le loro sicurezze, il privilegio di essere figli di Abramo non ha alcun valore e tutta la loro religiosità non ha alcun valore di fronte al giudizio imminente che sta annunciando:

«Già la scure è posta alla radice degli alberi» (non per potare i rami, ma per abbattere il tronco), e parla loro del ventilabro pronto a separare il grano buono dalla paglia leggera che vola via e brucia.

La Verità nei Palazzi del Potere

Il ministero di Giovanni, però, non si esaurisce nel Giordano di fronte alle folle e ai religiosi. Giovanni si scontra frontalmente con le stanze del potere politico del suo tempo (cosi come Elia affrontò il re Achab).

I Vangeli ci dicono che Giovanni fu imprigionato e ucciso per non aver tradito la Verità.

Marco 6:18 Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello!» 19 Perciò Erodiade gli serbava rancore e voleva farlo morire, ma non poteva. 20 Infatti Erode aveva soggezione di Giovanni, sapendo che era uomo giusto e santo, e lo proteggeva; dopo averlo udito era molto perplesso e lo ascoltava volentieri. 21 Ma venne un giorno opportuno quando Erode, al suo compleanno, fece un convito ai grandi della sua corte, agli ufficiali e ai notabili della Galilea. 22 La figlia della stessa Erodiade entrò e ballò, e piacque a Erode e ai commensali. Il re disse alla ragazza: «Chiedimi quello che vuoi e te lo darò». 23 E le giurò: «Ti darò quel che mi chiederai, fino alla metà del mio regno». 24 Costei, uscita, domandò a sua madre: «Che chiederò?»La madre disse: «La testa di Giovanni il battista».25 E, ritornata in fretta dal re, gli fece questa richiesta: «Voglio che sul momento tu mi dia, su un piatto, la testa di Giovanni il battista». 26 Il re ne fu molto rattristato;

Il re Erode Antipa aveva appena ripudiato sua moglie, per convivere con Erodiade, moglie di suo fratellastro. Giovanni il Battista applica la luce della Verità e dice in faccia al re: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello!» 

Questa accusa fa infuriare Erodiade; Giovanni è la sua cattiva coscienza incarnata. Finché quel profeta respira, anche se incatenato nei sotterranei, lei non può godersi la corona di regina in pace.

Durante il banchetto di compleanno di Erode, Erodiade usa cinicamente sua figlia Salome per sedurre la corte con una danza. Davanti alla promessa impulsiva di Erode di darle qualsiasi cosa, la madre non chiede oro o regni, ma chiede la testa di Giovanni su un vassoio. Vuole uccidere la voce per illudersi di aver eliminato il peccato.

Se guardiamo da vicino la figura di Erode non possiamo non vedere un parallelismo perfetto con un altro grande governante del Nuovo Testamento: Ponzio Pilato.

Mettiamo questi due uomini uno di fronte all’altro:

Entrambi Sanno dell’innocenza del prigioniero:

  • Erode sa che Giovanni è un uomo giusto e santo, e lo ascolta persino volentieri (Marco 6:20).
  • Pilato dichiara più volte di non trovare alcuna colpa in Gesù (Giovanni 18:38).

Entrambi cedono:

  • Erode cede per orgoglio personale, per non fare brutta figura davanti ai suoi ospiti e commensali a causa del giuramento fatto.
  • Pilato capitola per calcolo politico, terrorizzato dal grido della folla: “Se liberi costui, non sei amico di Cesare!”.

Entrambi si giustificano:

  • Erode si nasconde dietro gli ospiti;
  • Pilato si lava letteralmente le mani davanti al popolo nel vano tentativo di scaricare la responsabilità morale.

Ma davanti a Dio la neutralità non esiste. Non scegliere la Verità significa aver già scelto le tenebre.

Entrambi hanno preferito salvare la propria posizione a spese della vita di un innocente. Hanno salvato la testa nell’immediato, ma hanno perso l’anima per l’eternità.

La morte di questi innocenti mi porta a riflettere su quella di Stefano che viene considerato il primo martire cristiano. Nel suo discorso prima di morire, lancia un’accusa che sembra la naturale prosecuzione della predicazione di Giovanni:

Atti 7:51 Gente di collo duro e incirconcisa di cuore e d’orecchi, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo; come fecero i vostri padri, così fate anche voi. 52 Quale dei profeti non perseguitarono i vostri padri? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti i traditori e gli uccisori; 53 voi, che avete ricevuto la legge promulgata dagli angeli e non lavete osservata.

Sia Giovanni che Stefano usano un linguaggio molto duro e diretto:

  • Giovanni chiama i leader religiosi «razza di vipere» (Matteo 3:7).
  • Stefano li definisce «gente di collo duro e incirconcisa di cuore» (Atti 7:51), usando i termini che l’Antico Testamento riservava ai pagani o a Israele nei momenti di massima ribellione nel deserto.

Entrambi colpiscono l’orgoglio dei giudei, che credevano di essere al riparo dall’ira di Dio:

  • Giovanni attacca il vanto della discendenza di carne: «Non cominciate a dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”» (Luca 3:8).
  • Stefano attacca l’idolatria del Tempio e della Legge: ricorda al Sinedrio che l’Altissimo non abita in templi fatti da mani d’uomo e che loro, pur avendo ricevuto la Legge per mezzo degli angeli, «non l’hanno osservata» (Atti 7:53).

Entrambi vengono uccisi dal sistema religioso e politico che si sentiva minacciato dalla Luce.

Entrambi hanno compiuto il loro mandato: hanno scosso le coscienze.

L’Apocalisse rivela che oltre a queste grandi figure vi sono altri credenti che hanno pagato con la vita per la fedeltà alla Verità:

Apocalisse 6:9«Vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi a causa della parola di Dio e a causa della testimonianza che avevano resa.»

Apocalisse 12:11«Ma essi lo hanno vinto [l’accusatore] per mezzo del sangue dell’Agnello, e con la parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, anzi l’hanno esposta alla morte.»

E noi?

Sicuramente non ci viene chiesto di cercare attivamente il martirio o di cadere nel fanatismo tipico di altre religioni.

Ma dobbiamo chiedervi se siamo pronti a “scomodarci” per la Verità nei luoghi in cui viviamo ogni giorno.

Siamo disposti a pagare il prezzo della Verità con la nostra reputazione, con un guadagno mancato, o rompendo il silenzio complice di fronte all’ingiustizia?

Paolo ci viene in aiuto per farci capire cosa Dio si aspetta da chi è stato “illuminato”.

Prendiamo i versetti della Lettera agli Efesini sui quali abbiamo riflettuto giovedì scorso:

Efesini 5:8 perché in passato eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore. Comportatevi come figli di luce 9 –poiché il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità– 10 esaminando che cosa sia gradito al Signore. 11 Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre; piuttosto denunciatele; 12 perché è vergognoso perfino il parlare delle cose che costoro fanno di nascosto. 13 Ma tutte le cose, quando sono denunciate dalla luce, diventano manifeste; 14 poiché tutto ciò che è manifesto, è luce. Per questo è detto: «Risvegliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti inonderà di luce». 15 Guardate dunque con diligenza a come vi comportate; non da stolti, ma da saggi;

Oggi in Europa non rischiamo la decapitazione o la lapidazione a causa della nostra testimonianza, ma la Verità ha comunque un prezzo che può essere anche doloroso: l’esclusione sociale, il danno economico, l’isolamento professionale o la rottura relazionale.

Qual è il costo per noi oggi?

Il costo del coraggio di dire la verità sul posto di lavoro, rifiutando quell’onestà “elastica”, di truccare un bilancio, firmare una perizia falsa, nascondere un difetto tecnico in un software o in un impianto per non ritardare una consegna, oppure gonfiare una nota spese. Scegliere la Verità in questi momenti significa rischiare il posto di lavoro, perdere una promozione, essere etichettati come “quelli difficili” o essere messi ai margini della vita aziendale.

Il costo di non partecipare ai pettegolezzi o alla cultura della denigrazione. Difendere una persona che viene calunniata o bullizzata davanti alla macchinetta del caffè, rifiutarsi di partecipare al gossip distruttivo in ufficio, o testimoniare apertamente i valori biblici sul matrimonio, sulla vita e sulla giustizia sociale significa accettare il prezzo di essere derisi, isolati o esclusi.

Il costo di scegliere la Verità del Vangelo spesso significa subire l’incomprensione dei genitori, e dei parenti. È il dolore di sentirsi dire: “Parli come un prete”, “Ma basta con questo Gesù” o “Vuoi fare il santo proprio tu?”. Ti costerà l’etichetta di essere “esagerato” o “fanatico” solo perché prendi sul serio la Parola di Dio.

Non calcoliamo il prezzo quando il Signore ci mette di fronte all’occasione di testimoniare la Verità!

Non dobbiamo essere come Erode, che si è lasciato spaventare dal giudizio dei suoi ospiti. E nemmeno come Pilato, che ha preferito la sedia del potere alla Verità.

La denuncia della convivenza di Erode e Erodiade oggi la troviamo nel rifiuto di firmare un contratto perché è disonesto.

Le pietre di Stefano oggi le troviamo nelle parole di scherno dei colleghi quando scoprono che vai in chiesa o che credi nella purezza.

La solitudine di Giovanni nel deserto è quella solitudine che oggi provi quando decidi di non ridere a una battuta volgare o di non partecipare a un imbroglio.

Cristo ci chiama a essere testimoni scomodi lì dove c’è il fango della nostra quotidianità. Ci chiede di far risuonare alta la nostra Voce nel deserto del mondo “denunciando le opere infruttuose” così che la Luce di Gesù Cristo possa finalmente risplendere potente attraverso di noi.

La tentazione più grande della nostra epoca è una fede invisibile, che non disturba nessuno, non calpesta i piedi al potere e non ci costa nulla.

Ma una fede che non costa nulla, alla fine, non vale nulla.

Chiediamo perdono per tutte le volte in cui abbiamo scelto il silenzio comodo anziché la Verità scomoda, preferendo l’approvazione del mondo alla Verità.

Liberiamoci dalla paura del giudizio degli uomini, quando ci troveremo davanti al bivio professionale o sociale, pensiamo a Giovanni e a Stefano che hanno amato più Cristo che la propria vita.

Amen!

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