Le “primizie” da portare al Signore
Leggiamo Deuteronomio 26:1-11 e 16-19
Mosè istituisce una festa che verrà chiamata “festa delle primizie” nella quale il popolo dimostra la sua riconoscenza a Dio per averlo liberato dalla schiavitù dell’Egitto e per avergli donato una terra promessa. La festa è descritta come un momento di grande gratitudine a Dio. Si parte dal riconoscimento che la nuova terra è un dono della benevolenza e della fedeltà di Dio.
Ma contemporaneamente il popolo ricorda le sue origini, riconosce di non aver meritato nulla e di essere debitore a Dio di tutto quello che ha. Mosè quindi ordina di portare un “paniere” al Sacerdote contenente le “primizie” del raccolto, come offerta a Dio, come un simbolico risarcimento.
Le “primizie” sono i primi frutti del raccolto, i più buoni, rari e preziosi. Questa festa è una condivisione comunitaria e sottolinea che quei frutti sono un Suo dono, più che frutto del nostro lavoro. Questa festa ebraica, tuttora celebrata, ha molte somiglianze con il nostro culto domenicale. Anche noi quando ci riuniamo la domenica vogliamo esprimere la nostra gratitudine a Dio perché ci ha liberato dalla schiavitù del peccato. Questa liberazione è un suo dono che nessuno di noi ha meritato. Per questo vogliamo ricordarci quello che Dio ha compiuto tramite Gesù, la sua morte in croce e la Sua resurrezione. Anche noi sappiamo bene che la “nuova vita” che abbiamo la dobbiamo alla Sua opera e non ai nostri meriti.
Anche il nostro culto è una festa che celebriamo per condividere con la fratellanza il ricordo dell’opera di Gesù, attraverso i simbolismi del pane e del calice contenente il vino. Essi ci ricordano il Suo corpo, il Suo sangue versato e il Nuovo patto in cui siamo introdotti.
Troppo superficialmente pensiamo che il momento del culto, sia un momento dove dobbiamo “ricevere”. Siamo vuoti, stanchi, pieni di problemi e veniamo ad adorare il Signore per avere una nuova ricarica, per la vita di tutti i giorni. Tuttavia il testo che abbiamo letto ci fa capire che la riconoscenza a Dio si esprime attraverso un “portare” qualcosa a Dio. Ma cosa abbiamo noi da portare a Dio? Paolo, scrivendo ai Romani dice (8:23):
“…sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l’adozione, la redenzione del nostro corpo.”
Scopriamo quindi che anche noi abbiamo delle “primizie”, che possiamo offrire a Dio. Le nostre primizie però non sono frutta o verdura, ma sono dei frutti spirituali. Ogni credente ha lo Spirito Santo, e questo, quando lo lasciamo agire nella nostra vita, produce dei frutti “dello spirito” che ognuno di noi può condividere con i fratelli durante il culto.
Ricordo un caro fratello che, quando era da poco convertito, ogni domenica prendeva la parola e raccontava a tutti, come aveva fatto le compere al mercato in modo diverso da quando aveva il Signore. Molti lo deridevano, qualcuno lo criticava, ma questo fratello viveva veramente ogni momento della sua vita con la consapevolezza che Dio era sempre vicino al lui. E ogni volta condivideva le sue piccole vittorie spirituali, ogni cambiamento della sua vita, l’amore che provava per ogni persona che incontrava, il desiderio di evangelizzare gli altri. La sua riconoscenza a Dio per quello che aveva fatto in lui era manifesta e ogni domenica veniva al culto con un “paniere spirituale stracolmo”. Il suo condividere con gli altri era una esortazione e una benedizione per tutti. Dava a Dio la “primizia”, riconoscendolo come Signore della sua vita. Che bel esempio questo fratello. Se ognuno di noi facesse questo, il nostro culto sarebbe vivo e tutti aprirebbero la bocca per portare la propria testimonianza.
Ma noi, lasciamo agire lo Spirito santo nella nostra vita? Ci sono fratelli che alla domenica non dicono mai niente, non pregano e a farlo sono i soliti pochi!
Nel paniere che ognuno di noi dovrebbe portare al Signore nella riunione comunitaria dovremmo metterci il perdono dato e ricevuto, la gioia della salvezza con la percezione che Dio ci ha trasformati, e cambiati, i frutti dello spirito che abbiamo sperimentato, l’amore fraterno che abbiamo dato e ricevuto, la nostra testimonianza di fede in Cristo… insomma tutto quello che sperimentiamo quotidianamente lasciando operare lo Spirito di Dio in noi.
Tutto questo mi fa capire che il “Culto cristiano”, non è un evento compiuto!
Non inizia la domenica alle 10.00, né finisce alle 12.00.
Il culto non ha un inizio né una fine, perché ha un “prima” e un “dopo”
Qualcuno dice:” La messa è finita, andate in pace!”. Ma questo significa che in quel tempo che ho dedicato al Signore ed alla chiesa, ho fatto il mio dovere e ora posso tornare alla mia vita di tutti i giorni e continuare a fare quello che mi pare, fino alla domenica successiva. Vivere così il nostro culto è molto ipocrita. Preghiamo e ci presentiamo come dei santi in quel momento, ma poi durante la settimana Dio non ha più nessuna parola nella nostra vita, perché “rattristiamo” il Suo Spirito. Questo significa vivere la nostra adorazione in modo “religioso”!
Prima: Se vogliamo portare dei frutti al Signore deve esserci una “semina” che precede il raccolto. Così ci parla Paolo nella lettera ai Galati (6:7-10):
“Non vi ingannate; non ci si può beffare di Dio; perché quello che l’uomo avrà seminato, quello pure mieterà. Perché chi semina per la carne, mieterà corruzione dalla carne; ma chi semina per lo spirito mieterà dallo spirito vita eterna. Non ci scoraggiamo di fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo. Così dunque, finché ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede.”
Ci ricordiamo di fare del bene durante la settimana? E ci ricordiamo dei fratelli in fede? Leggiamo come Paolo esorta gli Efesini (5:9-10+18-21):
“Comportatevi come figli di luce – poiché il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità – esaminando che cosa sia gradito al Signore…. Ma siate ricolmi di Spirito , parlandovi con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e salmeggiando con il vostro cuore al Signore; ringraziando continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo; sottomettendovi gli uni agli altri nel timore di Cristo.”
Paolo ci ha spiegato come deve vivere il credente durante la settimana. C’è una dimensione verticale, il rapporto con Dio (preghiera e meditazione della parola di Dio) e una dimensione orizzontale, il rapporto con i fratelli della chiesa.
Ecco come descrive la vita quotidiana dei credenti (Rom 12:10-15):
“Quanto all’onore, fate a gara nel rendervelo reciprocamente. Quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore, siate allegri nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, provvedendo alle necessità dei santi, esercitando con premura l’ospitalità. Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono allegri; piangete con quelli che piangono”.
Il vangelo di Matteo ci ricorda come la partecipazione al culto deve essere preceduta anche da atti coraggiosi di riconciliazione (5:23-24):
“Se dunque tu stai per offrire la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare, e va prima a riconciliarti con tuo fratello; poi vieni a offrire la tua offerta.”
Dopo: L’incontro con Gesù nell’adorazione ha delle conseguenze, perché cambia le nostre prospettive e le nostre priorità nella settimana che viene.
Leggiamo la reazione di alcuni discepoli all’incontro con il Signore (Luca 24:32-35):
Ed essi dissero l’un l’altro: Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr’egli ci parlava per la via e ci spiegava le scritture. E alzatisi in quello stesso momento, tornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli undici e quelli che erano con loro, i quali dicevano: Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone. Essi pure raccontarono le cose avvenute loro per vie, e come era stato da loro riconosciuto nello spezzare il pane.”
E’ evidente che il nostro culto mette in noi propositi di consacrazione e di missione che devono essere il programma di vita del credente in tutta la settimana, fino alla domenica successiva. Arde veramente il nostro cuore quando siamo alla sua presenza oppure la domenica celebriamo solo un rito religioso che non ha nulla a che fare con la nostra vita.
Ricordo che il culto di chi non vive nello Spirito ha delle conseguenze negative che il profeta Isaia descrive in questo modo (Isaia 1:13):
“Smettete di portare offerte inutili; l’incenso io lo detesto; e quanto ai noviluni, ai sabati, al convocare riunioni, io non posso sopportare l’iniquità unita all’assemblea solenne……..quando stendete le mani, distolgo gli occhi da voi; anche quando moltiplicate le preghiere, io non ascolto…”


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