Il grande inganno
Carissimi e carissime, oggi possiamo proseguire nel percorso di scoperta dei primi tre patriarchi biblici: Abraamo, Isacco e Giacobbe.
Abbiamo visto come la vita di Abraamo è contraddistinta da un iniziale atto di fede di fondamentale importanza. Abraamo adorava gli dei mesopotamici, ma quando Dio lo chiama, decide di lasciare ogni cosa e di partire verso un paese a lui sconosciuto. La vita di Abraamo inizia così con una conversione e prosegue in un percorso di crescita spirituale fino alla sua morte. Il suo è un percorso ideale per chiunque intraprende una vita di fede. Deve passare delle prove nelle quali cadrà, ma dalle quali si rialzerà più forte di prima.
Abbiamo anche visto come la vita di Isacco sia stata invece contraddistinta da una fede acquisita. Isacco si fidava del padre e faceva ciò che il padre gli indicava. Nella sua vita, Isacco ha mostrato una serie di virtù che possono essere viste come una anticipazione delle virtù cristiane di cui parla il Nuovo testamento. Tuttavia, anche Isacco aveva dei difetti e proprio nell’ultima parte della sua vita lo vediamo agire come un uomo cieco che fa delle preferenze per uno dei suoi figli. Isacco adorava Esaù, ma sarà Giacobbe a ricevere la benedizione di solito riservata al primogenito.
Contrariamente ad Abraamo e a Isacco, Giacobbe non inizia la propria vita spirituale grazie a una chiamata di Dio o riponendo la propria fiducia nel padre. Giacobbe si contraddistingue per un percorso di fede diverso, un percorso che inizia con un inganno e una vita spirituale piena di alti e di bassi. Solo alla fine dei suoi giorni giungerà poi ad una maturità spirituale e alla benedizione di tutti i suoi 12 figli. Una benedizione in cui Dio gli concede di profetizzare sul futuro delle 12 tribù di Israele.
Tre percorsi di fede diversi tra loro, ma che a mio giudizio rappresentano in linea di massima i percorsi di fede che ancora oggi possiamo vedere nelle persone che decidono di seguire il Signore Gesù Cristo. Ovviamente, ogni persona ha un suo percorso personale perché non esiste una persona identica a noi. Siamo pezzi unici, siamo come opere d’arte concepite e fatte crescere dal Creatore. Per questo motivo ogni persona ha un proprio percorso di fede. Così come Dio ci crea unici e inimitabili, così plasma anche la nostra vita tenendo conto dell’unicità di ognuno dei Suoi figli.
Oggi vorrei prima di tutto presentarvi i due figli di Isacco e le loro discendenze che giungono fino ai tempi di Gesù. Poi vorrei parlare di quella che è una delle più famose truffe di cui parla la Bibbia.
Giacobbe e Esaù
La bibbia ci racconta che Rebecca aveva in grembo due gemelli che litigavano tra loro. Quando Rebecca chiese al Signore del motivo di questa cosa, Dio rispose che lei portava in grembo due popoli. Gli disse anche che uno diventerà più forte dell’altro, ma che sarà il maggiore a servire il minore.
Esaù nacque per primo e Giacobbe lo seguì subito dopo tenendo in mano il calcagno del fratello. Il nome Giacobbe significa infatti “colui che tiene il calcagno”. Il nome Esaù significa invece “il peloso” perché aveva molti peli sul corpo.
Esaù diventerà il capostipite di un popolo che abiterà una regione (Edom) molto arida e dalla terra rossa, proprio come i capelli di Esaù. Edom si trova nell’attuale Giordania e in particolare nel sud del paese dove c’è anche la famosa città di Petra. Gli edomiti hanno avuto spesso conflitti con Israele, e sono stati anche sottomessi dal re Davide. Pochi anni prima della venuta di Gesù, i giudei hanno assimilato gli edomiti, convertendoli con la forza. Tra i discendenti illustri di Esaù c’è Erode il Grande, il re Giudeo che ai tempi di Gesù ordinò la strage di tutti i bambini sotto i due anni. Gli edomiti finiscono di esistere con la distruzione di Gerusalemme da parte dell’esercito romano nel 70 d.C. quando furono dispersi per il mondo insieme a centinaia di migliaia di ebrei.
I due fratelli erano molto diversi tra loro. Esaù era un esperto cacciatore, mentre Giacobbe amava restare tra le tende dell’accampamento. Al giorno d’oggi, si direbbe che uno era un ragazzo di campagna e l’altro uno di città. Esaù era una persona molto istintiva, ma anche molto sincera, mentre Giacobbe era più riflessivo.
Giacobbe sapeva usare la sua intelligenza per ingannare le persone. Ma la Bibbia ci racconta che lui stesso è stato ingannato. Forse è per questo che si dice:
“Chi si crede troppo furbo, trova sempre qualcuno più furbo di lui”
Il nome Giacobbe ha infatti un altro significato: “colui che inganna”, “colui che prende il posto di un altro”. Ad ogni modo, Giacobbe diventerà il padre delle 12 tribù del popolo eletto di Dio: gli ebrei. Al momento opportuno, Dio gli cambierà anche il nome e lo chiamerà Israele, che significa “colui che lotta con Dio”.
Questi sono i due figli di Giacobbe. Nati tutti e due in una famiglia timorata di Dio e da un padre che era di esempio per ogni credente, anche per quelli di oggi. Tuttavia, i suoi figli non furono un esempio di fedeltà e amore per Dio. Esaù non scelse di servire il Signore di Suo Padre e da lui è derivato un popolo di non credenti.
Giacobbe, diverrà un uomo di Dio e alla fine dei suoi giorni Dio lo benedirà grandemente, ma la sua vita di fede non comincia certo come quella di suo padre.
Questa cosa ci insegna chiaramente che non basta nascere in una famiglia credente per diventare credenti o per essere dei ragazzi dal comportamento esemplare.
Esaù, pur essendo stato un uomo leale e sincero, non ha mai servito il Signore e ha inseguito il proprio istinto e la propria visione del mondo.
Giacobbe, pur avendo buoni propositi, li voleva raggiungere con i propri trucchi e con le proprie forze. Giacobbe ha dovuto passare per molte prove e amare delusioni prima di arrivare a credere nel Dio di Isacco e di Abraamo.
L’astuzia di Giacobbe
La prima volta che Giacobbe mette in campo la sua astuzia è con suo fratello Esaù. Giacobbe desiderava essere il primogenito e quindi una sera, quando Esaù torna dalla caccia, approfitta di un momento di debolezza del fratello per ricattarlo. Esaù era stanco e molto affamato. Giacobbe aveva cotto una minestra di lenticchie rosse e disse a Esaù che se voleva mangiare doveva rinunciare alla sua primogenitura in suo favore. Esaù accettò e mangiò le lenticchie. Così Giacobbe ottenne ciò che voleva: la primogenitura (anche se questa cosa rimase solo tra loro due).
Su questo episodio vorrei fare una prima riflessione sottolineando il fatto che la Bibbia commenta questo episodio affermando che: Esaù disprezzò la primogenitura. Dobbiamo considerare che a quei tempi la primogenitura non dava solo diritto ad ereditare la grande parte dei beni materiali del padre, ma includeva anche una responsabilità spirituale perché stabiliva il ramo da cui sarebbe discesa la famiglia a cui Dio avrebbe affidato la benedizione che già fu di Abraamo e di Isacco.
Se quindi da una parte abbiamo Giacobbe che usa un ricatto per ottenere la primogenitura del fratello, abbiamo dall’altra parte Esaù che disprezza la benedizione di Abraamo e quindi di Dio stesso. Nessuno dei due fratelli agisce secondo gli insegnamenti del padre. Tuttavia, Giacobbe dimostra almeno interesse per ciò che va oltre alle cose materiali e ai bisogni del momento e ci insegna che è meglio avere lo sguardo puntato verso il futuro senza dare troppo peso alle cose del momento.
La figura di Esaù invece ci ricorda che non dobbiamo sacrificare la benedizione di Dio per soddisfare i nostri bisogni del momento. Non dobbiamo cedere alle tentazioni sacrificando il nostro percorso di santificazione e indebolendo la nostra fede in Gesù. Ricordiamoci il consiglio amorevole di Gesù che ci invita a mettere le cose spirituali davanti alle cose materiali.
Matteo 6:31-34: Non siate dunque in ansia, dicendo: “Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?” Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; il Padre vostro celeste, infatti, sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più. Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di sé stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.
L’errore di Esaù ci insegna anche che prima di prendere una decisione importante è meglio riflettere attentamente, consultare la parola di Dio, pregare affinché Gesù ci dica ciò che è giusto fare e che ci faccia anche vedere quando è giusto farlo.
Spesso vogliamo arrivare subito alla decisione anche se la decisione non è matura. Il mondo di oggi ci spinge spesso a prendere decisioni in tempi brevissimi. In particolare, il mondo dei social-media ci fa credere che è possibile avere tutto subito e ci fa considerare l’attesa come un tempo inutile, come tempo perso. E invece, soprattutto, quando ci sono delle scelte da fare che riguardano la nostra vita spirituale o quella delle persone a noi più vicine, la riflessione, la preghiera e l’attesa di una risposta da parte di Dio, è di fondamentale importanza. Cercare la presenza di Dio, pregare, ma anche parlare con un fratello o con una sorella chiedendo consiglio non è mai tempo perso, ma fonte di benedizione!
Lo sbaglio di Esaù ci insegna anche che è proprio nei momenti di fragilità che dobbiamo prestare molta attenzione. Esaù aveva inseguito animali per tutta la giornata, sotto un sole cocente e bevendo solo il minimo indispensabile. Ora che era a casa aveva solo una cosa in mente: Mangiare e riposare. Non c’è nulla di male in tutto questo, ovviamente, ma non è questo il momento di prendere decisioni importanti. Meglio far trascorrere del tempo, e se è possibile, meglio prendere la decisione il giorno dopo con una mente libera e riposata.
Perché, come si dice: La notte porta consiglio
Il ricatto di Giacobbe è stato un gesto calcolato, cinico, privo di amore. Ma il diavolo non agisce forse esattamente così? Aspetta che abbassiamo le difese per colpire in modo freddo, calcolato, senza un briciolo di compassione. Quando abbiamo l’impressione di avere fatto qualcosa di importante, quando ci sentiamo forti e intelligenti, quando siamo pieni di noi stessi, quando ci scordiamo l’umiltà, quello è il momento più congeniale per il diavolo. Quando crediamo di aver fatto qualcosa di buono non dobbiamo lodare noi stessi, ma lodare il Signore per ringraziarlo per tutto quello che ci ha permesso di fare, per averci protetto, per averci guidato.
Tornando alla nostra storia Isacco preferiva Esaù, perché adorava mangiare la selvaggina che Esaù procurava andando a caccia. Ma quando Esaù divenne adulto fece qualcosa che causò profonda amarezza a Isacco e a Rebecca, perché prese in moglie due donne ittite (di Canaan). Nonostante questo, Isacco non cambiò opinione su di lui e continuava a considerarlo suo primogenito e quindi suo erede.
Rebecca invece preferiva Giacobbe. Giacobbe viveva a stretto contatto con lei e Rebecca non voleva accettare che Esaù ereditasse i beni e la benedizione di Isacco. Escogitò così un piano per fare in modo che Isacco benedicesse Giacobbe al posto di Esaù. Per fare questo aveva bisogno della complicità di Giacobbe che quindi si rese responsabile di quella che è forse la più grande truffa di cui parla la Bibbia.
Leggiamo insieme un brano da Genesi che ci spiega che cosa ha escogitato Rebecca per fare in modo di far benedire Giacobbe al posto di Esaù: Genesi 27:1-10
Isacco era invecchiato e i suoi occhi indeboliti non ci vedevano più. Allora egli chiamò Esaù, suo figlio maggiore, e gli disse: «Figlio mio!» Quello rispose: «Eccomi!» E Isacco: «Ecco, io sono vecchio e non so il giorno della mia morte. Ora prendi, ti prego, le tue armi, le tue frecce e il tuo arco, va’ fuori nei campi e prendimi un po’ di selvaggina. Poi preparami una pietanza saporita, di quelle che mi piacciono; portamela perché io la mangi e ti benedica prima che io muoia».
Rebecca stava ad ascoltare mentre Isacco parlava a suo figlio Esaù. Ed Esaù se ne andò nei campi per cacciare della selvaggina e portarla a suo padre. Rebecca parlò a suo figlio Giacobbe e gli disse: «Ho udito tuo padre che parlava con tuo fratello Esaù, e gli diceva: “Portami un po’ di selvaggina e fammi una pietanza saporita perché io la mangi e ti benedica davanti al SIGNORE, prima che io muoia”. Ora, figlio mio, ubbidisci alla mia voce e fa’ quello che ti comando. Va’ al gregge e prendimi due buoni capretti e io ne farò una pietanza saporita per tuo padre, di quelle che gli piacciono. Tu la porterai a tuo padre, perché la mangi e così ti benedica prima che egli muoia».
Giacobbe fece come disse sua madre, ma siccome Esaù era peloso, oltre ai vestiti di Esaù si mise anche delle pelli di capretto sulle mani e sul collo per poter meglio ingannare il padre. Quando il cibo fu pronto, Giacobbe lo portò al padre e il padre, pur con qualche dubbio, cascò nell’imbroglio e benedisse Giacobbe pensando che fosse Esaù. Quando Esaù tornò dalla caccia, lui e suo padre scoprirono l’inganno di Giacobbe, ma Isacco disse che ormai la benedizione era stata data a Giacobbe e che lui non poteva ritirarla. Esaù si arrabbiò tantissimo e pianse amaramente. Da quel giorno, Esaù aspettava solo che il padre morisse per uccidere suo fratello Giacobbe. Fu così che Giacobbe dovette fuggire dalla casa di suo padre e di sua madre per andare in un paese lontano dove avrebbe anche preso moglie. Ma questa è un’altra storia di cui parleremo in un’altra occasione.
Questa è la truffa più famosa della Bibbia. Un inganno orchestrato e compiuto da due persone timorate di Dio nei confronti di un padre cieco e di una persona non credente. Dio aveva preannunciato a Rebecca che il figlio maggiore avrebbe servito il minore ed effettivamente così è anche accaduto. Noi però dobbiamo chiederci se Rebecca e Giacobbe hanno agito bene. Hanno messo in atto ciò che era nella volontà di Dio, m a lo hanno fatto con metodi che Dio non avrebbe mai approvato.
Non voglio qui entrare nella questione teologica della predestinazione che da secoli occupa teologi e filosofi. Ciò che a me interessa oggi è mettermi nella situazione di Giacobbe per capire se io avrei fatto la stessa cosa. Io che vivo nel terzo millennio dopo Cristo e che ho accesso all’insieme della rivelazione della parola di Dio.
La risposta che posso darvi è per me chiara e semplice: Non lo avrei fatto perché l’insegnamento di Gesù e degli apostoli condanna un’azione del genere.
Per i cristiani il fine non giustifica i mezzi.
Leggiamo dalla lettera ai Romani ciò che l’apostolo Paolo ci insegna a tal riguardo:
Romani 3,8 Perché non «facciamo il male affinché ne venga il bene», come da taluni siamo calunniosamente accusati di dire? La condanna di costoro è giusta.
Quindi, per quanto ci riguarda, per noi che viviamo alla luce del Nuovo Testamento, l’inganno di Giacobbe e Rebecca non è giustificabile in nessun modo. Ogni volta che inganniamo qualcuno, credente o non credente che sia; ogni volta che ci approfittiamo della debolezza di una persona commettiamo un peccato perché non applichiamo il comandamento fondamentale: ama il tuo prossimo.
Dobbiamo anche riflettere sulle conseguenze di questo inganno. Giacobbe se ne andò in un paese lontano dove rimase per circa 20 anni e non rivide mai più sua madre. Suo fratello che lo voleva morto e suo padre di certo non era contento di lui. Dal giorno in cui Giacobbe ingannò suo padre, perse per sempre la sua famiglia.
Giacobbe non ebbe una vita facile, ma le benedizioni del Signore furono molte, e questo nonostante lui fosse una persona poco raccomandabile. Solo alla fine della sua vita Giacobbe trovò finalmente la strada che conduce a Dio e che dona la pace nel cuore. Isacco poté passare la benedizione di Abraamo a tutti i suoi 12 figli, compiendo così il volere di Dio fino in fondo. Alla fine, anche un uomo così, trovò la via della redenzione. Ma guai a noi se pensiamo di essere migliori di Giacobbe.
Amen


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