Dio chiama Abraamo

Cari fratelli, care sorelle, cari amici e amiche, oggi iniziamo una nuova serie di predicazioni nella quale andremo a conoscere meglio delle figure molto importanti della Bibbia e le cui vite formano gran parte del libro della Genesi.

Parleremo infatti dei patriarchi della bibbia.

Ma prima di iniziare devo fare due premesse.

La prima riguarda la parola “patriarca” (letteralmente “capo famiglia”).

Ai giorni nostri, questa parola viene spesso aspramente criticata perché si ritiene che rappresenti il dominio del marito sulla moglie. Questa critica è fondata perché proviene da una verità storica. Per molti secoli gli uomini non hanno governato, ma bensì hanno dominato sulla moglie e sui figli. Ovviamente, non tutti gli uomini erano così, ma molti sì, purtroppo.

Se da un lato l’apostolo Paolo ci insegna che Dio, fin dalla creazione del genere umano, ha voluto creare una gerarchia di ruoli e responsabilità (Dio, Gesù, uomo, donna) lo stesso Paolo ci insegna che il marito deve amare la propria moglie come Cristo ha amato la Sua chiesa. Anche l’apostolo Pietro, ci insegna qualcosa di molto simile, ovvero che il marito deve prendersi cura della propria moglie come del vaso più delicato.

Pertanto, il ruolo che Dio riserva all’uomo nel suo ruolo di patriarca, è quello di una persona su cui pesa la responsabilità di guidare con amore tutta la propria famiglia. L’uomo è chiamato a prendere decisioni anche scomode e difficili, ma tutte devono essere sempre orientate al bene dell’intera famiglia.

I patriarchi biblici di cui parleremo in questa serie, avranno da prendere questo tipo di decisioni e saranno confrontati con conflitti familiari di non semplice soluzione, ma Dio provvederà a volgere ogni cosa per il bene.

La seconda premessa riguarda il fatto che, quando nel Nuovo Testamento si parla di patriarchi, si intende di solito Abramo, suo figlio Isacco e suo nipote Giacobbe. In realtà però nella Bibbia ci sono dei versetti che definiscono patriarchi anche altre persone, come ad es. i capostipiti delle 12 tribù di Israele o il re Davide. La ragione di questo è che la parola patriarca significa appunto “capo famiglia”; dove per famiglia si intende anche la rispettiva discendenza.
Ma per quello che riguarda questa serie di predicazioni, ci occuperemo in particolare di Abraamo, Isacco e Giacobbe e solo marginalmente dei figli di Giacobbe che diventarono i dieci capostipiti delle 12 tribù di Israele.

Fatte queste premesse, possiamo ora passare alla parte più interessante.

Chi era Abramo

Abramo nasce in Mesopotamia intorno al 2.100 a.C. e muore 175 anni dopo.
La sua tomba si trova a Machpela, vicino all’attuale città di Hebron. Ovvero in quella terra che oggi viene più generalmente chiamata Palestina o più precisamente Cisgiordania. Una terra che la Bibbia chiama Canaan e che è anche conosciuta come “la terra promessa”. Una terra contesa da molti secoli e che ancora oggi è un luogo di conflitto e di sofferenza per molti.

Abramo proveniva da una città di nome Ur dei Caldei. Ur era situata nel sud di quello che oggi è l’Iraq. I Caldei veneravano moltissimi dei. Per darvi un’idea di che tipo di dei veneravano, ve ne cito solo alcuni: il Dio sole, il Dio Luna, il Dio delle acque, il Dio della vegetazione, il Dio dell’amore, ecc. I Caldei erano quindi degli idolatri. La bibbia ci dice infatti che Tera, il padre di Abramo, era un idolatra. Da ciò deduciamo che Abramo è stato cresciuto nell’idolatra.

Abramo appartiene alla decima generazione dopo Noè e aveva due fratelli. Il primo, Aran, morì prima che Abramo lasciasse il paese. Ma suo figlio, Lot, seguì Abramo per andare a Canaan. L’altro fratello, Naor restò invece nel paese dei Caldei. Nella storia di Isacco e Giacobbe, incontreremo la discendenza di Naor.

Tera, il padre di Abramo, partì da Ur con Abramo, sua moglie Sarai e con suo nipote Lot per andare a nord. Arrivò alla città di Caran che si trova nel sud dell’attuale Turchia dove si fermarono per qualche tempo. La Bibbia non ci dice per quanto tempo restarono a Caran. Quando Tera morì, Abramo partì da Caran con Sarai e con Lot, per andare a sud-ovest verso la terra di Canaan.

I nomi delle persone e il loro significato

Prima di passare all’insegnamento di oggi, vorrei ancora prendere un po’ di tempo per darvi qualche indicazione sui nomi delle persone di cui abbiamo parlato. Questo perché i nomi dell’Antico testamento portano con sé un importante indicazione sulle persone, sul loro carattere e sul loro status sociale.

Il nome Abramo, significa “Signore sublime” o “Gran signore”. Questo nome ci dice che nella sua terra di origine Abramo era molto probabilmente una persona benestante se non addirittura un nobile. Più tardi però, Dio gli cambiò il nome e lo chiamò Abraamo che significa “Signore delle moltitudini”. E oggi possiamo vedere come ciò si è anche avverato. Non tanto in relazione alla discendenza biologica (gli ebrei e gli arabi non sono popoli molto numerosi), ma piuttosto in relazione al fatto che tutti i cristiani sono discendenti spirituali di Abraamo.

Sua moglie in principio si chiamava Sarai che significa, mia principessa. Quando Dio le promise di avere un figlio da Abraamo, le cambiò anche il nome e da Sarai ella diventò Sara, che significa principessa. Agli occhi di Dio Sara era quindi una principessa e da lei discese Isacco e tutto il popolo ebraico.

Non stupiamoci di questi cambiamenti di nome. Come vedremo anche in seguito, Dio cambiò anche il nome di Giacobbe e lo chiamò Israele. Anche Gesù cambiò il nome ad una persona a Lui molto vicina. Chi sa dirmi chi fu la persona a cui Gesù cambio nome? Simone divenne Cefa, ovvero l’apostolo Pietro.

Il padre di Abramo si chiamava Tera. Questo nome significa “rinviare”, “tardare”. Come vedremo tra poco, questo nome non è dato a caso, visto che Abramo rimandò il suo viaggio verso Canaan proprio a causa del padre.

Il nipote di Abramo portava il nome di Lot. Questo nome significa “velare”, “nascondere”, “oscurare”. Quando parleremo di lui, capiremo anche il perché.

Il fratello di Abramo che morì da giovane si chiamava Aran (in ebraico è lo stesso nome della città dove morì Tera), che significa “via bruciata”, essiccata dal sole. Difatti Aran non ebbe futuro e morì giovane (né tantomeno Abramo ebbe un futuro nella città di Caran).

L’altro fratello di Abramo si chiamava Naor che significa iracondo, colui che sbuffa. Ora forse capiamo meglio perché non andò insieme ad Abramo.

Ora che vi ho raccontato in breve la primissima parte della storia di Abramo e ora che sappiamo che i nomi dei personaggi biblici non sono stati dati a caso, possiamo dedicarci a quella che possiamo definire “la chiamata di Abraamo”. Dio, infatti, chiama Abramo e gli dice di lasciare il suo paese per andare dove Egli gli mostrerà. Questo è l’aspetto che vogliamo approfondire oggi.

La chiamata di Abramo

Leggiamo insieme il testo biblico che parla di questa chiamata.
Genesi, capitolo 12, versetti da 1 a 3. Il SIGNORE disse ad Abramo: «Va’ via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va’ nel paese che io ti mostrerò; io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra».

Devo dire che purtroppo il testo della Bibbia italiana contiene una traduzione fuorviante. Infatti, è scritto: “Dio disse ad Abramo”, quando in realtà sarebbe stato meglio tradurre: “Dio aveva detto ad Abramo”. Questo problema di traduzione, infatti, non lo troviamo nella versione spagnola, tedesca o inglese.

Perché sottolineo questo aspetto? Perché è molto importante capire che questa rivelazione che Abramo riceve direttamente da Dio non avviene quando Abramo stava già in Caran, ma bensì quando stava ancora a Ur in Caldea.

Dio decide di manifestarsi ad Abramo quando lui viveva ancora nel mondo in cui era nato e cresciuto. È lì che Dio gli dice di lasciare ogni cosa per andare in un paese a lui sconosciuto. E quando Dio dice “ogni cosa”, intende proprio tutto. Infatti, se leggiamo il testo attentamente, ci rendiamo conto che Abramo avrebbe dovuto partire da solo o al massimo insieme a sua moglie. Però egli partì con suo padre e con suo nipote. Questa cosa avrà anche delle conseguenze negative.

Che rivelazione, che promessa!

La promessa che Dio fa ad Abramo è grandiosa. Dio promette ad Abramo che diventerà il capostipite di una grande nazione, che il suo nome sarà ricordato per sempre e che lui stesso sarà fonte di benedizione per tutte le famiglie della terra.

Io sinceramente non so come avrei reagito, faccio fatica a immedesimarmi. Tuttavia, credo che probabilmente avrei fatto anche come ha fatto Abramo. Sarei, cioè, rimasto a Ur in Caldea. Mi sarei detto che questa cosa che Dio mi ha rivelato è troppo grande, troppo rischiosa, troppo impossibile.

Così mi sono chiesto. Di fronte alle promesse che ci fa la Bibbia, come reagiamo veramente? Quando Gesù ci promette di perdonarci da ogni peccato per renderci presentabili davanti a quel Dio che non tollera nemmeno il più piccolo peccato, possiamo veramente fidarci di Lui? Non è che magari hanno ragione gli ebrei ortodossi a dire che Gesù non era il Figlio di Dio e che quindi credere in Lui non ci salverà, ma anzi ci porterà alla perdizione e alla punizione eterna?

Quando Gesù mi ha chiamato, ho sentito che la Sua voce era autentica e che le Sue parole erano veritiere. Tuttavia, prima di dichiarare che avevo davvero bisogno di un Salvatore ho rinviato la decisione per un certo tempo. Per quasi un anno ho avuto paura di compiere il passo della conversione e del battesimo. Sapevo che sarebbe stata una via senza ritorno e temevo di sbagliarmi. Ma Dio non mi ha lasciato andare. Di fronte alle sempre più grandi difficoltà nella mia vita e alla Sua continua insistenza ho infine deciso di dichiarare il mio fallimento e ho messo il mio destino nelle mani di Gesù.

Dio promise ad Abramo grandi cose, ma a condizione di lasciare ogni cosa dietro di sé. Il suo status sociale, le sue convinzioni, i suoi idoli, casa sua, i suoi amici, i suoi parenti. La sua vita da nobile e signore eccelso doveva trasformarsi in una vita da nomade. Non avrebbe più abitato in case di mattoni, ma in tende. Non sarebbe più stato un ricco commerciante, ma un umile pastore. Da una città ricca e potente, doveva andare in un paese sconosciuto e ininfluente.

Aveva solo una cosa da fare: Ascoltare la voce di Dio che lo avrebbe guidato passo dopo passo fino alla meta. E la meta non era solo Canaan, la terra promessa, ma anche la Gerusalemme celeste, la città con le vere fondamenta e il cui architetto e costruttore è Dio.
Ma per giungere alla meta doveva fidarsi di Dio e non di sé stesso.

Cari fratelli e sorelle, cari amici e amiche, questa è la conversione che il nostro Signore Gesù chiede di compiere a chiunque. Quando ci si converte a Gesù si deve essere disposti a lasciare dietro di sé ogni cosa. Dobbiamo accettare che ogni cosa dipende da Lui e che tutto proviene dalla Sua grande misericordia.

Molte persone di quelle qui presenti sanno molto bene che cosa significa lasciare il proprio paese senza poter portare con sé nulla. Sanno cosa vuol dire andare in un paese straniero dove le cose funzionano in modo diverso.

Per chi crede in Dio questo è un momento importante, perché così può sperimentare molto concretamente che cosa significa la guida e la provvidenza divina. Per chi non crede invece, questo momento di crisi può essere una chance per cambiare la propria vita e talvolta anche per incontrare il Signore.

Ma per tutti vale la stessa domanda: Vuoi iniziare un nuovo cammino con Gesù o vuoi correre dietro alle solite cose? Vuoi ascoltare la voce di chi ti chiama con amore o preferisci ascoltare e credere alle promesse di questo mondo?

Abramo non se la sentì di lasciare tutto per seguire la chiamata di Dio. Restò a Ur fintanto che non fu suo padre a prendere l’iniziativa. Fu infatti suo padre a portarlo via da Ur. Ma suo padre non lo portò a Canaan, bensì a Caran. E fu suo padre a decidere chi sarebbe andato a Caran. Fu così che portò con sé anche Lot. Abramo aspetterà la morte di suo padre per trovare il coraggio di lasciare Caran e per dirigersi lì dove Dio voleva, cioè a Canaan, la terra promessa.

Possiamo applicare questo episodio anche nella nostra vita di fede.
Quante volte il Signore ci parla chiaramente attraverso la Sua parola e quante volte noi non lo prendiamo sul serio e ubbidiamo solo a metà.
Quante volte ci succede di rinviare alcune decisioni importanti perché non ci sentiamo pronti ad ubbidire. Quante volte è il Signore stesso che utilizza un’altra persona per costringerci a fare ciò che da tempo avremmo dovuto fare.

Nella nostra vita siamo chiamati a crescere nella fede, ma spesso abbiamo bisogno di un aiuto esterno che ci costringe a fare ciò che è giusto fare. Possiamo ringraziare la grande pazienza del nostro Signore quando ci costringe a fare queste cose. Lui lo fa per il nostro bene, lo fa perché ci vuole santificare, lo fa perché vuole che ci fidiamo di Lui in ogni circostanza.

Abramo partì finalmente da Caran con sua moglie e con Lot. Non avrebbe dovuto portare con sé anche Lot, perché Dio gli aveva detto di lasciare i suoi parenti. Anche qui vediamo che Abramo ubbidisce, ma che non lo fa al fino in fondo. Forse fu l’amore o la compassione per suo nipote che lo spinse a non ubbidire completamente a Dio, ma questo avrà delle conseguenze per entrambi.

Nonostante questo Abramo però rimase sempre attento alla parola di Dio e così imparò dai suoi errori. Grazie a Dio, Abramo imparò così bene che nel Nuovo testamento viene citato come esempio di vera fede.

Questa cosa deve dare coraggio anche a noi. Nel nostro percorso di fede non si tratta di fare sempre tutto in perfetta ubbidienza. Chi mai ha potuto farlo, se non il nostro Signore Gesù. Non dobbiamo temere di sbagliare. Chi non sbaglia mai?

Ciò che è decisivo non è ciò che facciamo, ma il perché lo facciamo. Se lo facciamo cercando la volontà del Signore, anche se sbagliamo, impareremo.
E se impariamo dalle prove che ci dona il nostro educatore celeste, possiamo stare certi che cresceremo e che impareremo per esperienza quale è la buona, gradita e perfetta volontà di Dio,

Lui ci ha promesso di portarci fino alla meta e lo farà.

Per concludere sentiamo che cosa ha dirci l’apostolo Paolo a tal riguardo.

Lettera ai Filippesi, capitolo 1, versetto 6:
E ho questa fiducia: che colui che ha cominciato in voi un’opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.

Amen

CATEGORIES:

I patriarchi

Tags:

Comments are closed