Abraamo il pellegrino
Cari fratelli, care sorelle, cari amici e amiche, la settimana scorsa abbiamo iniziato a conoscere Abramo e oggi possiamo proseguire con la sua storia che è ricca di insegnamenti per tutti coloro che intendono compiere un cammino di fede.
Abraamo è infatti un grande esempio di fede autentica vissuta in un periodo dove non vi era ancora la legge mosaica e dove gli uomini comunicavano direttamente con Dio senza avere alcun bisogno di sacerdoti.
Fino alla meta
L’ultima volta abbiamo visto che la scelta di Abramo di seguire la chiamata di Dio non fu immediata e che la sua ubbidienza non fu totale. Tuttavia, Abramo fece la cosa giusta, ovvero restò in ascolto di Dio e andò per la via che il Signore gli indicava. Questo vale per ogni persona che crede in Dio, anche oggi.
Quando nel nostro cuore abbiamo preso la decisione di seguire il Signore Gesù, abbiamo anche scelto dove vogliamo vivere per l’eternità. La nostra vita terrena è un percorso difficile e, a volte, possiamo anche perderci, ma Gesù è certamente il miglior navigatore che esista su questa terra. Potrà succedere che le nostre gambe si stancano e che a volte cadiamo, ma mai potrà accadere che il nostro Signore ci abbandoni nel mezzo del nostro cammino. Se noi orientiamo i nostri pensieri e i nostri desideri verso il Dio di Abramo, noi non ci perderemo mai.
Anche noi, come Abramo dobbiamo accettare di fare una vita da pellegrini, perché, in verità anche noi abbiamo la stessa meta, la città di Dio. Leggiamo che cosa dice la Bibbia di Abraamo, Sara, Isacco e Giacobbe. Lettera agli Ebrei, capitolo 11, versetti da 13 a 16 Tutti costoro sono morti nella fede, senza ricevere le cose promesse, ma le hanno vedute e salutate da lontano, confessando di essere forestieri e pellegrini sulla terra. Infatti, chi dice così dimostra di cercare una patria; e se avessero avuto a cuore quella da cui erano usciti, certo avrebbero avuto tempo di ritornarvi! Ma ora ne desiderano una migliore, cioè quella celeste; perciò Dio non si vergogna di essere chiamato il loro Dio, poiché ha preparato loro una città.
Il Nuovo testamento ci insegna a leggere l’Antico testamento in modo spirituale. Le cose che sono accadute 4.000 anni fa ci parlano ancora oggi, non solo di quello che è realmente accaduto, ma piuttosto di quello che queste vicende hanno da insegnarci a livello spirituale. E questo è uno di questi insegnamenti.
Abramo accettò di avere una vita da pellegrino come anche noi siamo chiamati ad accettare che in questo mondo siamo solo di passaggio. Anche noi dobbiamo considerarci pellegrini, nomadi in terra straniera, perché la nostra vera casa non è in questo mondo, ma nel mondo che verrà.
Ricordiamoci che cosa dice Gesù ai suoi discepoli la sera prima di essere crocifisso. Vangelo di Giovanni, capitolo 14, versetti da 1 a 4 «Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi; e del luogo dove io vado, sapete anche la via».
Dobbiamo anche capire che questo pellegrinaggio non è una punizione o un inutile perdita di tempo. La nostra vita terrena ha senso proprio perché ha come obiettivo la nostra crescita spirituale e morale per prepararci a quello che sarà l’incontro a tu per tu con il Dio dell’universo e alla comunione eterna con i santi. La storia di Abramo è la storia di un pellegrino che impara dai suoi errori. Una storia scritta anche per noi.
Abramo giunge in Canaan
La prima città cananea in cui si fermò Abramo si chiamava Sichem. In questo luogo Dio apparve ad Abramo e fu proprio in quel luogo che egli costruì il suo primo altare. Poi Abramo proseguì verso sud e si fermò dalle parti di Betel (poco a nord di Gerusalemme) dove costruì un secondo altare per invocare Dio.
Presso questi altari Abramo adorava il Dio della Bibbia, il nostro stesso Dio. Poi Abramo proseguì il suo viaggio verso sud per andare nel Negheb. Una regione molto arida posta a circa un centinaio di chilometri a sud di Gerusalemme.
Poi venne il tempo della carestia e Abramo decise di andare in Egitto, perché l’Egitto, grazie alle piene del Nilo, è una terra dove non manca mai l’acqua.
Però Abramo non disse agli egiziani che Sarai era sua moglie perché temeva che qualcuno lo uccidesse per poter prendere sua moglie. Infatti Sara era molto bella e certamente attraeva le attenzioni di molti uomini. Abramo decise così di dire che Sarai era sua sorella (e ovviamente dobbiamo ritenere che Sarai acconsentì).
Sarai in realtà era effettivamente la figlia del padre di Abramo, ma aveva una madre diversa da Abramo. Abramo e Sarai erano quindi fratellastri. Questa cosa non deve stupirci, a quei tempi era consuetudine avere più mogli e così i fratelli e le sorelle erano molto spesso dei fratellastri. Faccio presente che per la legge mosaica, e anche secondo le leggi odierne, un tale matrimonio non sarebbe permesso.
Il problema era però che Sarai era anche e soprattutto la moglie di Abramo. Quindi Abramo racconto agli egiziani una mezza verità che però era una bugia tutta intera.
Quando giunsero nella capitale egiziana i principi del Faraone fecero le lodi alla grande bellezza di Sarai e il Faraone decise così di prenderla per moglie. E come era consuetudine a quei tempi ricompensò la famiglia con grandi doni.
Fu così che Abramo e Lot ricevettero pecore, buoi, asini, servi, serve, asine e cammelli diventando così dei ricchi pastori.
Si dice che le bugie hanno le gambe corte, ma in realtà di fronte a Dio, esse non hanno nemmeno i piedi e quindi non stanno nemmeno in piedi. Vediamo quindi che cosa successe a seguito di questa menzogna di Abramo.
A causa di questo inganno, il Signore colpì la casa del Faraone perché aveva sposato la moglie di un altro uomo. Il Faraone, che evidentemente aveva una coscienza più nobile di Abramo, decise così di mandare via dall’Egitto Abramo, sua moglie e Lot con tutte le cose che essi possedevano.
Tornarono così a Canaan molto più ricchi di quando erano partiti. Ma questa non fu una benedizione, ma piuttosto un’altra prova di cui parleremo più avanti.
Ci fermiamo qui con la storia per vedere quali insegnamenti spirituali possiamo ricavare da questi primi episodi della vita di Abramo dopo la chiamata di Dio.
Costruire altari lungo il nostro percorso di vita
La prima cosa che fece Abramo, dopo aver piantato per la prima volta le sue tende nella terra di Canaan, fu costruire un altare a Dio. Abramo sentì il bisogno di ringraziare Dio per la promessa che Dio gli aveva fatto. Infatti, Abramo vide Dio e sentì anche la Sua voce. E Dio gli disse: “Io darò questo paese alla tua progenie”. Il primo altare a Jaweh che fu mai costruito in terra promessa, fu opera di Abramo.
Se andiamo a vedere che cosa significa la parola “altare” scopriamo che indica un luogo ben preciso in cui vengono offerti dei sacrifici a Dio.
Il primo altare di cui si parla nella Bibbia è quello che costruì Noè subito dopo essere uscito dall’arca. Noè era riconoscente a Dio per aver risparmiato la sua famiglia dal giudizio del diluvio universale e perciò sacrificò degli animali. Sappiamo anche che la legge mosaica è ricca di dettagli riguardo ai diversi sacrifici da portare all’altare: sacrifici di espiazione dei peccati, di ringraziamento, di lode, ecc.
Come ben sapete, oggi i cristiani non presentano più sacrifici animali. Tuttavia, il Nuovo testamento ci insegna che anche noi cristiani del terzo millennio siamo chiamati a presentare dei sacrifici a Dio. L’apostolo Pietro ci spiega infatti che chi fa parte della Chiesa di Cristo è chiamato ad esercitare un sacerdozio santo per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo.
Per sacrificio spirituale si intende in prima linea l’adorazione e il servizio di culto a Dio con atti di lode e di ringraziamento, ma anche di dedizione e ubbidienza. Al tempo stesso sappiamo che Dio si compiace quando facciamo beneficenza e più in generale quando dimostriamo amore aiutando fratelli e sorelle.
Leggiamo cosa dice a tal proposito la lettera agli Ebrei.
Lettera agli Ebrei, capitolo 13, versetti da 14 a 16: Poiché non abbiamo qui una città stabile, ma cerchiamo quella futura. Per mezzo di lui, dunque, offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra confessanti il suo nome! Non dimenticate di esercitare la beneficenza e di far parte agli altri dei vostri beni, perché è di tali sacrifici che Dio si compiace.
Il Signore si compiace quando con le nostre labbra professiamo il Suo nome, quando lo lodiamo, lo ringraziamo, lo supplichiamo, quando accettiamo la Sua corre-zione, quando gli facciamo spazio nel nostro cuore, quando ascoltiamo la Sua parola. Tutto questo fa parte di quello che possiamo chiamare un vero rapporto con Dio.
E quando siamo in sintonia con Dio, quando ci lasciamo guidare dal Suo Spirito e ci sottomettiamo alla Sua parola, allora saremo anche in grado di fare le opere gradite a Dio, ovvero le opere che piacciono a Dio. Perché non sono le nostre, ma le Sue opere.
Troppo spesso nella nostra cultura, il sacrificio viene visto come qualcosa di negativo. Molto spesso si pensa ad esempio di dover rinunciare a qualche cosa e che lo si fa di mala voglia senza alcuna gioia e senza alcun rapporto con Dio. A volte si arriva addirittura all’autofustigazione a punizioni corporali e dolorose. Ma Dio non si compiace di queste cose. Dio desidera la nostra gioia ed è anche dispiaciuto se soffriamo a causa di discipline che ci siamo dati da soli.
Il nostro compito primario è quello di cospargere la nostra vita di sacrifici spirituali graditi a Dio e per riuscire a farlo dobbiamocoltivare il nostro rapporto con Lui. Abramo fece proprio questo. Era sempre attento alla voce del Signore e durante le tappe del suo pellegrinaggio terreno ha costruito altari dove invocava il Signore e dove portava le sue lodi e il suo ringraziamento.
Sia quando preghiamo nella nostra cameretta lontano dagli sguardi delle persone, sia quando lodiamo il Signore nell’assemblea dei credenti, sia quando ascoltiamo e pratichiamo la Sua parola, sia quando aiutiamo qualcuno a parole e nei fatti, noi stiamo offrendo sacrifici graditi a Dio. Proprio come Abramo costruiva altari per incontrare Dio, anche noi siamo chiamati a costruire i nostri altari nei nostri luoghi di vita, a casa, in famiglia, nella chiesa e in ogni altro luogo dove possiamo incontrare il nostro Signore. In tutti questi luoghi possiamo portare sacrifici graditi a Dio sia come lode e ringraziamento a Dio, sia come aiuto al prossimo.
Dio ci ama e quindi ci mette alla prova
Ma Abramo non era così forte come si potrebbe pensare. Abramo era un uomo e il Signore conosceva il suo cuore e sapeva dove stavano i suoi punti deboli. Dio lo amava e lo trattava come uno figlio. È per questo che Dio decise di mettere Abramo alla prova. E quale è il padre che non corregge il proprio figlio? Doveva crescere partendo dalla comprensione dei propri errori. La sua prima prova fu la carestia.
Per un pastore che deve prendersi cura del gregge, la siccità è uno dei nemici più temibili. La terra di Canaan è rigogliosa, ma nei periodi in cui viene a mancare la pioggia, diventa molto difficile sopravvivere. Di fronte a questa carestia, Abramo decise di lasciare Canaan e di recarsi in una terra ricca di acqua: l’Egitto.
Ma l’Egitto non era la terra che Dio gli aveva indicato e così fece un passo falso.
Quante volte ci capita di risolvere i problemi che ci si presentano davanti facendo affidamento sulla nostra saggezza, sulla nostra intelligenza, sulle nostre conoscenze e sulle nostre risorse. Quante volte ci dimentichiamo di chiedere a Dio di intervenire dichiarandoci del tutto impotenti. Invece di chiedere a Colui che conosce ogni cosa, compreso il nostro futuro, chiediamo consiglio a un amico, a un esperto, a Google, all’intelligenza artificiale.
Ben inteso, non dico che non dobbiamo informarci o che non possiamo chiedere aiuto ad altre persone. Dico solo che è sbagliato farlo senza aver prima consultato Dio, senza avergli chiesto se è d’accordo su ciò che vogliamo fare. Dalla storia che abbiamo sentito prima, vediamo come Abramo va in Egitto senza prima aver chiesto al Signore se quello che faceva era la scelta giusta.
Dio aveva detto ad Abramo dove doveva andare e quando arrivò a Canaan, Dio gli confermò che era arrivato nel posto giusto, ovvero nella terra che Dio aveva destinato a Lui e alla sua discendenza. Ma quando parti per l’Egitto, Abramo non consultò Dio, non si prostrò davanti all’altare per chiedergli consiglio e guida.
Ma Dio è misericordioso e non perse mai di vista Abramo. Sappiamo infatti che nonostante questa disubbidienza, Dio protesse Abramo, Sarai e Lot e tutto andò a finire per il meglio, perché Abramo tornò laddove Dio lo voleva: a Canaan.
Ma per riuscire nel suo intento, Dio dovette intervenire sulla casa del Faraone affinché fosse smascherata la menzogna di Abramo. Possiamo immaginarci la vergogna e la paura che avvertì Abramo in quei momenti. Dovette lasciare l’Egitto giudicato moralmente da un popolo che non credeva al Dio della Bibbia.
Se vogliamo dare un significato spirituale a questa vicenda, dobbiamo prima di tutto chiederci che cosa avremmo fatto noi al posto di Abramo. Potremmo ipotizzare che Dio ci mette alla prova privandoci del lavoro. Se noi sapessimo che in un’altra città c’è del lavoro, saremmo tentati a lasciare la chiesa locale a cui Dio ci ha assegnato per andare in un luogo dove non ci sono chiese ad accoglierci. E non solo, pur di non incappare in qualche difficoltà o trarre del vantaggio, saremmo anche tentati di mentire riguardo alla nostra famiglia.
Ma questo è proprio quello che fece Abramo ed è molto importante che la Bibbia mette a nudo colui che è considerato un eroe della fede. Dio lo fa per ammonirci, perché nessuno può vantare una fede più grande di quella di Abraamo e tutti possono cadere nelle stesse tentazioni di Abramo. Dio desidera che comprendiamo che il problema non è solo ciò che facciamo, ma anche e soprattutto il fatto che lo facciamo senza ascoltare la Sua voce, senza consultare la Sua parola.
Così anche noi siamo in primo luogo chiamati a considerare le difficoltà della vita come delle prove che Dio ci concede. Dio lo fa per rafforzare la nostra fede e per farci crescere a livello spirituale. Dio vuole che capiamo che siamo del tutto dipendenti dalla Sua volontà. Questa consapevolezza non la si può acquisire solo a livello teorico, perché, per capirla, dobbiamo viverla concretamente sulla nostra pelle.
La Bibbia ci dice che tutti noi siamo gente dal collo duro. Gente che fa molta fatica ad abbassare il capo di fronte all’onnipotenza e all’amore di Dio. Ma state certi che Dio farà di tutto per spazzare via dal nostro cuore ogni più piccola traccia di orgoglio, perché Dio odia la superbia dell’uomo.
Per concludere vorrei leggere insieme a voi un brano della lettera agli Ebrei che per me è sempre stato di grande conforto e di grande aiuto nei momenti di crisi.
Leggiamo dunque dalla lettera agli Ebrei, capitolo 12, i versetti da 4 a 13:
Voi non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato, e avete dimenticato l’esortazione rivolta a voi come a figli: «Figlio mio, non disprezzare la disciplina del Signore, e non ti perdere d’animo quando sei da lui ripreso; perché il Signore corregge quelli che egli ama, e punisce tutti coloro che riconosce come figli». Sopportate queste cose per la vostra correzione. Dio vi tratta come figli; infatti, qual è il figlio che il padre non corregga? Ma se siete esclusi da quella correzione di cui tutti hanno avuto la loro parte, allora siete bastardi e non figli. Inoltre abbiamo avuto per correttori i nostri padri secondo la carne e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo forse molto di più al Padre degli spiriti per avere la vita?
Essi infatti ci correggevano per pochi giorni come sembrava loro opportuno; ma egli lo fa per il nostro bene, affinché siamo partecipi della sua santità. È vero che qualunque correzione sul momento non sembra recare gioia, ma tristezza; in seguito tuttavia produce un frutto di pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa. Perciò, rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia vacillanti; fate sentieri diritti per i vostri passi, affinché quel che è zoppo non esca fuori di strada, ma piuttosto guarisca.


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