Abraamo il fratello

Cari fratelli, care sorelle, cari amici e amiche, oggi continuiamo nel nostro percorso di scoperta della vita di Abraamo. Finora abbiamo visto come Dio chiama Abramo dalla sua terra e lo guida fino ad alla terra promessa, Canaan. Abbiamo anche visto come Dio lo mette alla prova con la carestia. Abramo, pur cadendo nella prova, ritrova la comunione con Dio e il Signore gli rinnova le Sue promesse e rimane fedele nella Sua opera di guida e di santificazione.

L’ultimo episodio che abbiamo visto ci parlava della separazione tra lui e Lot.
Fu una separazione necessaria che Dio voleva sin da quando aveva chiamato Abramo da Ur in Caldea. Per questa ragione, dopo che Lot se ne fu andato per la sua strada, Dio rinnovò ad Abramo le promesse che aveva fatto sin dal principio.

Oggi rifletteremo insieme su quanto troviamo scritto nel capitolo 14 di Genesi. Non leggeremo il testo biblico, perché sarebbe troppo lungo. Farò quindi un breve riassunto di ciò che viene narrato in questo capitolo per poi approfondire gli aspetti che mi sembrano più importanti ed edificanti.

Abramo salva Lot

Abramo si era stabilito ad Ebron, nella parte meridionale di Canaan, e viveva in pace con le popolazioni locali. In quei tempi, 4.000 anni fa, il mondo era governato da delle città stato, come lo era anche Sodoma, dove viveva Lot.
La regione del vicino oriente era dominata militarmente dagli eserciti delle città stato della Mesopotamia, dell’Assiria, della Persia e dell’Anatolia (Turchia).

Cinque città nella terra di Canaan, tra cui anche Sodoma, si ribellarono perché non volevano pagare i tributi alle città dominanti. Le 4 città dominanti fecero allora guerra alle 5 città ribelli e le sconfissero. Depredarono queste cinque città portando via le loro cose preziose e facendo schiave molte persone. Tra le persone che furono portate via dagli eserciti dei vincitori c’era anche Lot.

Quando Abramo venne a sapere che Lot era stato deportato da uno dei re delle città vincitrici, fece alleanza con alcune tribù che vivevano nella sua zona, armò 318 dei suoi servi più fidati e inseguì le truppe che avevano preso Lot. Li raggiunse, li vinse, liberò Lot e il suo popolo recuperando anche tutti i loro beni.

Sulla strada del ritorno Abramo incontra un personaggio molto particolare: Melchisedec, re di Salem (l’attuale Gerusalemme). Mechisedec volle incontrare Abramo per benedirlo nel nome del Dio altissimo e Abramo gli diede la decima.

Il re di Sodoma propose ad Abramo di tenersi tutti i beni che aveva recuperato. Ma Abramo rifiutò e non volle nulla per sé perché non voleva che il re di Sodoma potesse dire di aver arricchito Abramo. Così termina il capitolo 14.

Abramo si era separato da Lot, ma non lo aveva dimenticato e lo amava ancora. Lo amava così tanto da mettere a rischio la propria vita e quella della sua servitù per liberalo dalla prigionia di un re straniero e dal suo destino di schiavo. Abramo, con pochi uomini, riuscì a sconfiggere un esercito ben più potente. Questo fatto ci fa capire che Dio approvava questa decisione e questa battaglia di Abramo. E quindi dobbiamo chiederci il perché.

Due fratelli con due scelte di vita diverse

Abramo non era andato ad abitare in una delle cinque città ribelli. Abramo non si era lasciato tentare dalle ricchezze di queste città e non si era messo sotto la tutela di nessun re straniero. Abramo aveva scelto di abitare sull’altipiano, lontano dalle ricche città della valle del Giordano ed era rimasto un uomo libero.

Lot aveva invece scelto la ricchezza della città di Sodoma e così rimase vittima dei conflitti politici e militari che non mancano mai dove ci sono molti soldi.
Al contrario di Abramo, Lot aveva perso ogni contatto con Dio e si era lasciato guidare dalle persone e dalle cose di quel mondo perverso.

Quando ci si lascia coinvolgere dalle ricchezze e dalle dinamiche socio-politiche di questo mondo, si paga spesso un prezzo molto alto e la nostra fede vacilla. Se perdiamo il nostro rapporto con Dio, il prezzo diventa impagabile perché cadiamo nella schiavitù del peccato che porta alla morte spirituale.

I nuovi idoli

Questo principio vale per tutti i popoli e in tutte le epoche e quindi anche per noi che viviamo nel terzo millennio dopo Cristo. Possiamo godere di molte cose di questo mondo, ma il prezzo da pagare è alto, perché queste cose ci rendono spesso schiavi e ci inculcano delle idee che non sono verità, ma menzogne. Queste cose possiamo definirle idoli moderni. Facciamo un esempio:

Provate a restare per una settimana senza smartphone. Vi renderete conto di quanto questo strumento utile e potente sia entrato in modo insostituibile nella nostra vita quotidiana. La sua presenza è talmente importante, che senza smartphone ci sentiamo persi, tagliati fuori dal mondo, incapaci di fare ciò che di solito facciamo e quindi soffriamo per la sua mancanza.

Eppure, chi ha sperimentato una lunga separazione dallo smartphone, si è reso conto di quanto tempo ha guadagnato per sé stesso e di come i rapporti con le altre persone siano cambiati diventando meno frequenti, ma molto più significativi, gratificanti, intensi, veri, reali, edificanti.

Nelle scuole è vietato usare gli smartphone. Non è certo per punire i ragazzi, ma per ragioni educative e sanitarie. Come dimostrano diversi studi scientifici, l’uso dello smartphone riduce la concentrazione e l’apprendimento riducendo quindi anche il rendimento scolastico. Inoltre, il suo utilizzo fa aumentare l’ansia, l’insonnia, l’isolamento sociale e il rischio di dipendenze.

Questi studi scientifici ci devono far riflettere e ci dovrebbero portare ad un uso più consapevole di questo utile strumento. La scienza e la tecnologia non sono malvagie in sé stesse, non sono cose di Satana. Sono gli uomini che però che ne fanno un uso sbagliato, autolesionista e a volte anche malvagio, diabolico. Succede così che uno strumento originariamente pensato per rendere la vita più semplice e più interessante, può trasformarsi in una fonte di frustrazione e di infelicità fino al punto di rovinarci la vita. Questa cosa vale in particolare per i più giovani, perché possono facilmente cadere nelle trappole della seduzione, del bullismo, dell’odio, della pornografia, della truffa, del ricatto morale, ecc.

Si dice che se gli smartphone ci hanno reso più informati, ma meno intelligenti. Io penso che questo sia vero, ma penso anche che sia vero solo a metà, perché l’essere umano non è fatto per gestire con la dovuta attenzione una grande quantità di informazioni e quindi elimina ciò che non gli piace o che gli dà fastidio o che comunque non è in linea con il proprio pensiero.
Solo che facendo così non ci si informa, ma ci si chiude nella propria bolla e ci si crea un mondo tutto nostro che però può essere anche molto lontano dalla realtà. Fare questo non ci aiuta neanche ad allenare la nostra intelligenza, il nostro senso critico, ma piuttosto ci induce a spegnere gli stimoli esterni che ci costringono a porci delle domande e a pensare con la nostra testa. Pensare è faticoso e quindi amiamo tutto ciò che ci fa pensare di meno.

Questo è solo un esempio, ma le schiavitù derivanti dai tanti presunti vantaggi che ci offre questa nostra società sono davvero molte e alcune sono così radicate in noi che neanche ci rendiamo conto di esserne schiavi.

Che cosa possiamo fare? Non vogliamo certo condurre una vita da eremiti e diventare del tutto asociali. Quello che però ci è possibile fare, è chiederci quali sono le cose che si frappongono tra noi e Dio; quali sono le cose, le persone, le abitudini, le passioni che ci privano della comunione con i fratelli e le sorelle.

Se ad es. preferiamo guardare una partita di Champions League piuttosto che andare alla serata di preghiera, allora dobbiamo chiederci se non siamo diventati dipendenti dal calcio. Se preferiamo andare in palestra piuttosto che partecipare alla serata biblica, chiediamoci come mai mettiamo la cura del nostro corpo prima della cura dell’anima. Se preferiamo andare ad una festa piuttosto che partecipare al culto domenicale, chiediamoci se abbiamo dimenticato da dove proviene la vera gioia e quali sono i nostri veri amici.
Ogni cosa che mettiamo prima del Signore è un idolo e Dio odia gli idoli.

Abramo un fratello prezioso

Abramo non esitò a scendere in campo in prima persona per liberare dalla schiavitù suo nipote Lot (che per lui era come un fratello). Abramo non ha pensato troppo ai rischi che andava incontro perché sapeva che suo fratello era prigioniero, fatto schiavo da un oppressore spietato. Abramo non ha detto: “Lot se l’è cercata da solo e adesso può arrangiarsi. È lui che ha voluto andare a Sodoma e quindi è giusto che ne paghi tutte le conseguenze”.

No, Abramo non ha pensato in questo modo di suo fratello. Abramo non ha messo al primo il suo giudizio su Lot, ma ha messo al primo posto l’amore.  Abramo è andato a cercare Lot fino in capo al mondo andando in una terra straniera e nemica. Ha rischiato la vita per liberare suo fratello dalla schiavitù.

Vedete, anche se Abramo aveva uno stile di vita molto diverso da quello di Lot, anche se molto probabilmente aveva un’opinione negativa su ciò che faceva Lot, Abramo non restò a guardare, ma andò a salvarlo.
E questo vale anche per noi. Se un nostro fratello è caduto nel peccato e si trova in grandi difficoltà spirituali, siamo chiamati ad aiutarlo con ogni nostro mezzo.

Cari fratelli e care sorelle, Abramo ci dà un bellissimo esempio di cosa sia la vera fratellanza cristiana e di cosa sia il vero amore. Il nostro Signore Gesù non ha forse fatto la stessa cosa? Non ha forse lasciato la gloria dei cieli per scendere in questo mondo di peccatori ed assassini? Non ha forse dato tutto sé stesso per salvarci dalla schiavitù del peccato e dalla morte spirituale?

Ecco perché Dio approva questa azione di soccorso che Abramo fece per liberare Lot. Ecco perché al suo ritorno dalla battaglia Abramo incontra una persona molto particolare che gli rende omaggio e che lo benedice nel nome del Dio altissimo. Questo personaggio si chiamava Melchisedec e vi inviterei a leggere insieme a me un brano dalla lettera agli Ebrei che ci spiega chi era questo personaggio straordinario.

Leggiamo dalla lettera agli Ebrei, capitolo 7, versetti da 1 a 4:
Questo Melchisedec, re di Salem, era sacerdote del Dio altissimo. Egli andò incontro ad Abraamo, mentre questi ritornava dopo aver sconfitto dei re, e lo benedisse. 2 E Abraamo diede a lui la decima di ogni cosa. Egli è anzitutto, traducendo il suo nome, re di giustizia; e poi anche re di Salem, vale a dire re di pace. 3 Senza padre, senza madre, senza genealogia, senza inizio di giorni né fine di vita, reso simile quindi al Figlio di Dio, egli rimane sacerdote in eterno. 4 Pertanto considerate quanto sia grande costui al quale Abraamo, il patriarca, diede la decima del bottino!

Melchisedec è una figura di Cristo, ovvero un uomo che rappresenta Cristo nel Vecchio Testamento. Nel caso specifico, Melchisedec è l’immagine di Gesù sacerdote eterno, ovvero di colui che ci rappresenta davanti a Dio, che intercede per noi davanti al Dio altissimo. Davanti a quel Dio che non può tollerare neanche il minimo peccato, ma che userà misericordia perdonandoci ogni peccato solo perché crediamo nel Suo Figlio unigenito Gesù Cristo.

Leggiamo ancora dalla lettera agli Ebrei al capitolo 5, versetti da 7 a 10 e sentiamo che cosa ci dice di Gesù: Nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime, egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà. 8 Benché fosse Figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì; 9 e, reso perfetto, divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono autore di salvezza eterna, 10 essendo da Dio proclamato sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec.

Melchisedec era un re di giustizia e di pace. Gesù Cristo, il nostro re, ha compiuto la giustizia di Dio pagando al nostro posto sulla croce del Golgota e ha ristabilito la pace tra noi e il Dio altissimo. Gesù è il nostro sacerdote eterno, che ha donato sé stesso come sacrificio gradito a Dio. Questo sacrificio è stato talmente perfetto agli occhi del Padre che non serve più alcun sacrificio di animali e nessun’altra opera umana per ottenere il perdono dei nostri peccati.

Ma come sacerdote Gesù è anche colui che si prende cura delle nostre anime, colui che ci guida verso i pascoli verdeggianti. Gesù è buon il pastore che va in soccorso della pecora smarrita e che quando la trova la carica sulle proprie spalle e la riporta all’ovile. Gesù si prende cura di ogni Suo figlio. Gesù ama i Suoi figli e li va a cercare e a recuperare quando essi smarriscono la strada.

Gesù è l’unico vero pastore di cui parlano le scritture e nessun uomo potrà mai prendere il Suo posto, perché solo Lui può curare in modo perfetto le Sue pecore e solo Lui può indicare la via che porta alla salvezza.

Abbiamo visto che in questo brano Melchisedec è una figura di Cristo. Ma la figura di Abramo di chi ci parla? Che esempio ci offre la Bibbia?

Abramo è l’immagine di un fratello in Cristo che ama suo fratello e che desidera fargli del bene nonostante tutto e tutti. È una persona che non esita a cercare un fratello o una sorella quando questi non si fa sentire da tempo. È una persona che non esita ad andare a trovare un fratello o una sorella malati, delusi dalla vita, tristi per il male che vedono o per delle preghiere che non sono state esaudite. E’ una persona che bussa con amore alla porta di quel fratello o di quella sorella che si sono rinchiusi nel dolore e che stanno vacillando nella fede.

Abramo è un ottimo esempio da seguire per ognuno di noi. Abramo era in grado di andare in guerra per salvare un fratello. Ma Abramo non ha trovato la vera forza nelle sue capacità o nelle sue ricchezze, ma solo nel suo rapporto con Dio. Era Dio che lo guidava e che gli dava in mano i suoi nemici. E anche noi, quando andiamo in aiuto di un fratello o una sorella, non siamo noi a farlo, ma è Gesù che ci dona il desiderio, la forza e talvolta anche il coraggio per farlo.

Vorrei quindi terminare questa mia predicazione di oggi con un’esortazione ad ognuno di noi. Vi ricordate di quando il nostro Signore Gesù predicò e disse: “Cercate prima il regno e la giustizia di Dio….” (Matteo 6:33a).
Mettere in pratica questa indicazione di Gesù non è facile, ma questa è l’unica via che ci consente non solo di salvare la nostra anima, ma anche di diventare noi stessi strumenti del regno e della giustizia di Dio in questo mondo.

Il regno di Dio non è qualcosa che deve ancora venire. Con la Sua prima venuta Gesù ha portato il regno di Dio in mezzo a noi ed oggi è impersonificato nel Suo corpo, ovvero nella Sua Chiesa. E la Sua chiesa è fatta di fratelli e di sorelle che lottano insieme per la giustizia di Dio. E questo, nonostante essi siano pieni di difetti e tutt’altro che forti. Ogni membro del corpo di Cristo è in grado di fare ciò che Dio si aspetta da Lui. Tocca a noi capire come e quando.
Su una cosa però non si sbaglia mai: Praticare l’amore fraterno e andare in soccorso a chi è schiavo del peccato e a chi vacilla nella fede.

Chiudo con un’esortazione che l’apostolo Paolo rivolge a tutti noi.
Leggiamo dalla lettera ai Galati, capitolo 6, versetti 9 e10:
Non ci scoraggiamo di fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo. Così dunque, finché ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti, ma specialmente ai fratelli in fede.

Amen

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