Ecco l’Agnello di Dio
Giovanni 1:29 «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!».
Più approfondisco e rifletto sul Vangelo di Giovanni per questo ciclo di predicazioni, più mi rendo conto di quanto la figura di Giovanni Battista e il suo messaggio siano importanti per noi oggi. L’importanza è confermata dal fatto che tutti e quattro i vangeli parlano di lui ed è confermata anche dalle parole del nostro stesso Signore: Matteo 11:11«In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista.»
Abbiamo visto chi era o meglio chi non era, abbiamo poi parlato di un aspetto della sua missione, il testimoniare la Verità e del prezzo che ha pagato. Per comprendere appieno la figura di Giovanni non basta guardare al suo battesimo e alla sua fine drammatica; occorre approfondire la sua posizione unica nella storia della salvezza.
Continuità tra AT e NT
Sappiamo che tra l’ultimo libro del Vecchio e il Nuovo Testamento sono passati circa 400 anni, anni di silenzio da parte di Dio ma sappiamo anche che l’ultimo libro del AT finisce proprio con la profezia della venuta di Giovanni. Malachia 4:5 Ecco, io vi mando il profeta Elia, prima che venga il giorno del Signore, giorno grande e terribile.
Osservando che tutti i Vangeli inizino citando proprio Giovanni Battista, capiamo subito che la Bibbia non è composta da due libri distinti. Sant’Agostino riassumeva questo legame con una celebre frase: “Il Nuovo Testamento è nascosto nel Vecchio, mentre il Vecchio è svelato nel Nuovo”.
- Non possiamo capire il Nuovo Testamento senza conoscere l’Antico Testamento.
- Non possiamo capire l’Antico Testamento senza conoscere il Nuovo Testamento.
Leggere il Nuovo Testamento senza conoscere l’Antico Testamento è un po’ come guardare il finale di una serie TV senza aver mai visto le stagioni precedenti: capisci la trama generale, ma ti perdi tutti i riferimenti, i caratteri e le motivazioni dei personaggi, il significato profondo degli eventi. Nell’ Antico Testamento, la legge e i profeti parlano di Gesù e trovano il loro compimento e il loro senso profondo nella figura di Gesù. Guardiamo questa immagine, vediamo che Antico Testamento e Nuovo Testamento stanno su un’unica pagina, sono un unico libro.
L’episodio dei discepoli sulla strada verso Emmaus (Luca, capitolo 24) è uno dei testi più significativi di tutta la Bibbia su cosa significhi comprendere e riconoscere Gesù nelle Scritture (AT). I due discepoli stavano lasciando Gerusalemme tristi e rassegnati. La loro frase: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele...” esprime il crollo di un’illusione. Per loro la croce era un fallimento assurdo. Gesù usa l’Antico Testamento per dimostrare che la sofferenza e la morte del Messia non erano un incidente di percorso, ma il preciso disegno di Dio.
La cosa affascinante è che Gesù non si fa riconoscere subito con un gesto clamoroso, un miracolo o un’apparizione sfolgorante. Sceglie invece di camminare al loro passo, da sconosciuto, per fare un vero e proprio studio biblico, un percorso di comprensione. Il testo dice che Gesù, “cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Luca 24:27). Prima ancora di riconoscerlo visivamente a tavola, è l’ascolto della Parola che trasforma il loro stato d’animo. Più tardi esclameranno: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre ci parlava per via e ci spiegava le Scritture?”
Torniamo al versetto riferimento iniziale (Giovanni 1:29), Giovanni vede Gesù e puntando il dito dice: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!». Senza l’AT: potrebbe sembrare una metafora sentimentale sulla dolcezza o l’innocenza di Gesù.
Conoscendo l’AT: Si capisce che è un riferimento diretto alla notte dell’Esodo (Esodo 12). In Egitto, gli Israeliti salvarono i loro primogeniti dalla morte spalmando il sangue di un agnello sugli stipiti delle porte. Per un ebreo “l’Agnello” era il simbolo del riscatto e della liberazione dalla schiavitù.
In queste 3 parole: ”Ecco l’Agnello di Dio” e nel gesto dell’indice puntato è racchiuso il segreto di questa continuità. AT e NT Sono profondamente collegati e Giovanni è questo collegamento, una cerniera, un ponte che vive nell’AT ma introduce quello Nuovo.
Luca 16:16 «La legge e i profeti hanno durato fino a Giovanni; da quel tempo è annunziato il regno di Dio»
Giovanni si trova in un momento molto particolare della storia della salvezza. Se l’Antica Alleanza è stata una lunga notte di attesa, Giovanni si trova al termine e riassume la severità, l’urgenza ma anche la promessa.
Ma c’è una grande differenza tra lui e i profeti che lo hanno preceduto: Mentre i profeti hanno parlato di un futuro Messia e lo hanno contemplato da una distanza di secoli, Giovanni lo vede da vicino e lo battezza. Al contrario di chi lo ha preceduto, Giovanni usa il tempo presente: ‘Eccolo’.
Rileggiamo le parole di Gesù riportate da Matteo “fra i nati di donna nessuno è maggiore di Giovanni…” L’espressione “nati da donna“, indica la condizione umana sotto la Vecchia Alleanza (AT) quelli che “non sono nati di nuovo”.
Giovanni 3:3 «Gesù gli rispose: “In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio”.» Giovanni 3:5 “In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio”.»
Gesù fa a Giovanni il più alto elogio, per poi affermare subito dopo qualcosa di spiazzante apparentemente paradossale; Matteo 11:11b “eppure il più piccolo nel Regno dei Cieli è maggiore di lui”.
Le due affermazioni sembrano contraddirsi, ma in realtà parlano di due realtà diverse. Gesù non sta misurando il merito o la santità personale, ma la posizione nella storia della salvezza. In questo ambito, Giovanni Battista supera tutti i “nati da donna“, perché è:
- il profeta del compimento: Tutti i profeti prima di lui hanno annunciato il Messia in un futuro lontano. Giovanni è l’unico che lo ha visto, battezzato e indicato chiaramente al mondo («Ecco l’Agnello di Dio»).
- il ponte tra due epoche: È il punto d’arrivo di tutta la storia d’Israele e apripista della missione di Gesù.
Giovanni appartiene all’era della preparazione e dell’attesa e muore prima della Croce e della Risurrezione. Perché “il più piccolo” nel Regno è più grande di lui? Come può il credente più semplice e imperfetto, essere “più grande” di un martire e profeta straordinario come Giovanni?
Qui “più grande” significa più favorito nella posizione spirituale: Sulla soglia del Regno: Giovanni è vissuto nelle fondamenta della casa che stava costruendo, ha scavato e costruito ma è stato ucciso prima di vedere il compimento e poterla abitare. Il compimento di quest’opera poteva farlo solo Gesù con la morte in croce, la risurrezione e la venuta dello Spirito Santo a Pentecoste.
La pienezza della Nuova Alleanza: Chiunque vive dentro al Regno aperto da Gesù (anche “il più piccolo” per fede) gode di un privilegio che Giovanni ha solo potuto preannunciare: la relazione diretta con Gesù risorto e il dono dello Spirito. Giovanni ha accompagnato le persone attraverso il deserto portandole fino alle rive del Giordano, ma non ha potuto attraversarlo con loro.
Noi oggi, anche i più piccoli nella fede, apparteniamo all’era della realizzazione (della Grazia): abitiamo il palazzo di cui Giovanni e tutti i profeti hanno scavato con fatica le fondamenta. Qualcosa di simile è già accaduto nel AT, vi ricordate? Mi ha colpito l’analogia con la storia Mosè, entrambi guidano il popolo attraverso l’aridità del deserto fino alla soglia della promessa, ma si fermano un passo prima.
Guardiamo le analogie:
Luogo: Entrambi operano nel deserto verso il fiume Giordano. Per Mosè la geografia fa riferimento al Monte Nebo, mentre per Giovanni Battista a Betania oltre il Giordano.
Missione: Mosè prepara il popolo e dona la Legge dell’Antica Alleanza. Giovanni Battista prepara il popolo al ravvedimento e lo chiama alla conversione.
Morte: Mosè vede la Terra Promessa da lontano, ma non vi entra e muore prima di raggiungerla. Giovanni Battista vede il Messia e il Regno, ma muore prima della Risurrezione.
Successore: Mosè lascia la guida a Giosuè, che fa attraversare il fiume al popolo. Giovanni Battista lascia la scena a Gesù, che apre il Regno dei Cieli. In ebraico, il nome Giosuè (Yehoshua) e il nome Gesù (Yeshua) sono lo stesso identico nome, che significa “Il Signore salva”. Giosuè rappresenta la forma tradizionale ereditata dall’ebraico antico, mentre Gesù deriva dalla pronuncia greca.
Mosè conduce il popolo fino al fiume, ma sarà Giosuè a farli entrare nella Terra Promessa. Giovanni conduce i discepoli fino al battesimo d’acqua, ma è Gesù a farli entrare nel Regno di Dio. Nessuno direbbe mai che Mosè fosse “meno santo” o “meno importante” di un qualsiasi israelita entrato nella terra promessa. Mosè rimane un gigante della fede.
Mosè e Giovanni sono stati i grandissimi, hanno fatto il lavoro più duro nel deserto.
I credenti dopo la Pasqua (il “più piccolo nel Regno”) sono come gli israeliti entrati con Giosuè: non hanno il merito di aver guidato la traversata, ma hanno la fortuna inestimabile di vivere dentro la promessa compiuta.
Giovanni Battista è davvero il “Mosè del Nuovo Testamento”: il più grande uomo “nato da donna”, rimasto sulla riva affinché altri potessero attraversare e entrare nel tempo del compimento.
Finisce il tempo dei lavaggi esterni e inizia l’era della rigenerazione dello Spirito. Ora possiamo comprendere meglio l’affermazione di Gesù “eppure il più piccolo nel Regno dei Cieli è maggiore di lui”, Gesù non sta riducendo la grandezza morale di Giovanni, ma sta sottolineando quanto sia immenso il dono fatto a chi entra nella Nuova Alleanza.
È come confrontare due persone: una vive ancora durante l’alba, mentre l’altra vive già in pieno giorno. Anche se la prima è straordinaria, la seconda gode di una luce più piena.
Giovanni vede sorgere il sole. Giovanni è come l’alba: fa ancora parte della notte perché il sole non è ancora alto, ma fa già parte del giorno perché l’oscurità è ormai sconfitta. L’alba non “fallisce” quando scompare: si dissolve semplicemente perché ha raggiunto il suo scopo accogliendo il sole.
Il cristiano invece vive nella luce del sole già sorto. Romani 13,11-14 E questo dobbiamo fare, consci del momento cruciale: è ora ormai che vi svegliate dal sonno, perché adesso la salvezza ci è più vicina di quando credemmo. La notte è avanzata, il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce…. rivestitevi del Signore Gesù Cristo…
Nelle parole dell’apostolo Paolo nella lettera ai Romani, capitolo 13, si riassume tutto il ministero di Giovanni: “È ormai ora di svegliarvi dal sonno… La notte è avanzata, il giorno è vicino”. Giovanni è stato la sveglia di Dio nel deserto della storia. Il suo compito era scuotere chi dormiva nel comodo sonno della religione formale e dire: “Svegliati! Il tempo è scaduto, la notte dell’attesa è finita e la luce del giorno sta per rompere l’oscurità”.
Ma notate cosa dice Paolo subito dopo, e qui comprendiamo l’integrazione perfetta tra la predicazione di Giovanni e l’opera di Gesù: “Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce… Rivestitevi del Signore Gesù Cristo”.
Il battesimo di Giovanni serviva a “gettare via” – era l’atto di sfilarsi di dosso gli abiti sporchi del peccato, della disonestà, dell’ipocrisia religiosa. Ma l’acqua del Giordano non poteva dare abiti nuovi; poteva solo lasciare nudi e consapevoli della propria povertà.
È qui che interviene la grazia del NT: Gesù non viene solo a svestirti dai tuoi fallimenti, non ti lascia nudo nel deserto ma viene a rivestirti con un abito bianco per le Nozze. Zaccaria 3:4 L’angelo disse a quelli che gli stavano davanti: «Levategli di dosso le vesti sudicie!» Poi disse a Giosuè: «Guarda, io ti ho tolto di dosso la tua iniquità e ti ho rivestito di abiti magnifici»
Riprendiamo i versetti di Romani 13:11-14 e confrontiamo la Realtà in Cristo descritta da Paolo e il Ministero di Giovanni: Quando Paolo scrive l’invito urgente a “svegliarci dal sonno”, non sta usando una semplice metafora: sta descrivendo un risveglio spirituale profondo.
Nel ministero di Giovanni Battista, questo risveglio prende la forma del grido di una “voce che grida nel deserto”. Giovanni viene per scuoterci e portarci ad avere piena consapevolezza delle tenebre in cui ci troviamo.
Ma Paolo aggiunge un dato fondamentale: “la notte è avanzata”. L’epoca in cui la nostra relazione con Dio era regolata esclusivamente da leggi e precetti, la logica del “fai questo e vivrai”, sta arrivando alla sua conclusione. Con l’avvento di Cristo inauguriamo il Nuovo Patto: la salvezza non è più un miraggio lontano, ma una realtà vicina, confermata dal “Tutto è compiuto” gridato sulla croce.
Per questo siamo chiamati a “gettare le opere delle tenebre“. Giovanni lo diceva chiaramente al suo tempo: la giustizia umana, i meriti personali o la semplice discendenza carnale non salvano nessuno. La scure era già posta alla radice degli alberi e occorreva un sincero pentimento. Ma il battesimo di Giovanni puliva solo l’esterno; la vera trasformazione interiore avviene soltanto in Cristo, attraverso il Suo sangue, capace di rigenerare il nostro cuore da dentro.
Infine, l’esortazione finale di Paolo è quella di “rivestirci di Gesù Cristo“. Tutto il ministero di Giovanni è stato un annuncio e una fedele attesa dell’Agnello di Dio. Oggi, la nostra chiamata va oltre l’attesa: siamo invitati ad accogliere l’Agnello di Dio nella nostra vita, a indossare la sua grazia e a camminare ogni giorno nella sua luce. Giovanni 1:17 «La Legge è stata data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo
Nella predicazione di Giovanni risuona forte l’immagine della scure posta alla radice degli alberi. Quando Giovanni indica Gesù dicendo «Ecco l’Agnello di Dio», fonde la minaccia del giudizio con la grazia e la riconciliazione. Per l’ascoltatore ebreo, l’agnello richiamava il sacrificio e il sangue versato. Giovanni sta rivelando il mistero più profondo: la scure del giudizio di Dio non cadrà sull’uomo, ma si abbatterà sull’Agnello in croce. Il fuoco che doveva consumarci come paglia consumerà questo Agnello sul legno della croce.
La grandezza di Giovanni sta tutta in un gesto: il suo dito puntato verso Cristo («Ecco l’Agnello di Dio»). Indicare con il dito significa esporsi con la nostra vita. Non è un’allusione vaga o un discorso astratto: è un’identificazione precisa. Giovanni si assume la responsabilità di indicare Gesù al mondo come l’Agnello di Dio, compiendo la sua missione.
Chiediamoci, verso dove o verso chi stiamo puntando il dito? Puntiamo il dito per giudicare e condannare gli altri, o per indicare una strada di speranza a chi ci sta accanto?
Perché siamo qui oggi? Perché qualcuno ci ha indicato la via e ci ha parlato di Gesù! Facciamo altrettanto! Giovanni non ha fatto miracoli, non dobbiamo farli nemmeno noi!
Che la nostra vita possa essere come quella di Giovanni: una voce forte, decisa, coraggiosa ma anche umile che prepara la strada a chi ancora vaga nelle tenebre.
Amen


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