Da Giacobbe a Israele
Dopo 20 anni di permanenza in Mesopotamia, Dio parla di nuovo a Giacobbe e gli dice di tornare a Canaan. Giacobbe, che nel frattempo era diventato ricchissimo, prende così la sua famiglia e tutti i suoi beni e parte. Giacobbe si dirige verso Canaan e sa che lì troverà suo fratello Esaù. Giacobbe ha paura perché Esaù era diventato potente e stava venendogli incontro con 400 uomini. Giacobbe allora innalza una preghiera a Dio. Leggiamola:
Genesi 32:9-11 «O Dio di Abraamo mio padre, Dio di mio padre Isacco! O SIGNORE, che mi dicesti: “Torna al tuo paese, dai tuoi parenti, e ti farò del bene”, io sono troppo piccolo per essere degno di tutta la benevolenza che hai usata e di tutta la fedeltà che hai dimostrata al tuo servo; perché quando passai questo Giordano avevo solo il mio bastone, e ora ho due schiere. Liberami, ti prego, dalle mani di mio fratello, dalle mani di Esaù, perché io ho paura di lui e temo che venga e mi assalga, non risparmiando né madre né figli.
Per placare l’ira di suo fratello, Giacobbe sceglie numerosi capi di bestiame, li divide in piccoli gruppi e dice ai suoi servi di andare incontro a Esaù e di dirgli che sono tutti doni di suo fratello Giacobbe e che lui stesso arriverà in coda a tutti i doni. Mandati i doni davanti a sé, prende la sua famiglia e di notte attraversa il torrente Iabboc che si trova vicino ai confini della terra di Canaan.
In quel luogo fa un incontro molto particolare. Un uomo lotta con lui per tutta la notte e gli sloga l’anca. Di questo episodio ne parleremo dopo. Il mattino dopo incontra Esaù e si riconcilia con lui. Esaù tornerà a Seir, mentre Giacobbe andrà a Succot per poi entrare in Canaan e sostare in Sichem.
Poi Dio dice a Giacobbe di passare per Betel, ovvero nel luogo dove Dio gli parlò la prima volta. Giacobbe considera questo luogo sacro e dice ai suoi di cambiarsi i vestiti, liberarsi da ogni idolo pagano, compresi gli orecchini. A tal riguardo è necessario dire che questi orecchini non erano solo degli ornamenti, ma che rappresentavano una forma di idolatria e superstizione in voga nei tempi antichi.
Questo messaggio è chiaro e ancora oggi valido. Quando ci si avvicina al luogo dove possiamo incontrare il Signore dobbiamo liberarci da ogni altra cosa che ci impedisce di avere un rapporto diretto e puro con Dio. Questa cosa è da intendersi soprattutto sul piano spirituale. Quando cioè ci rechiamo ad incontrare Gesù in una riunione della chiesa o anche quando ci apprestiamo a pregare il nostro Signore nella nostra stanzetta, dobbiamo prima portare ogni nostro peccato al Signore Gesù per ottenere il Suo perdono ed essere così purificati. Solo così potremo avere un vero rapporto con Dio. Credetemi, è la cosa più importante per poter gioire nel Signore.
Il viaggio di Giacobbe prosegue poi verso Migdal-Eder, passando per Efrata e per concludersi a Ebron. Ovvero nel luogo dove erano vissuti suo padre Isacco e suo nonno Abraamo. Probabilmente Giacobbe fa ancora in tempo a vedere suo padre, ma la bibbia non ci dice nulla di questo incontro. Ci dice però che Esaù e Giacobbe sepellirono il loro padre a Ebron. Isacco visse 180 anni e viene messo a riposare insieme a sua moglie Rebecca, sua madre Sara e a suo padre Abraamo.
È interessante notare che in quel luogo verrà poi seppellito anche Giacobbe. Insieme a lui però non verrà però seppellita la sua moglie preferita, Rachele, ma Lea, ovvero la prima donna con cui Giacobbe si era unito.
Abbiamo così concluso la parte storica di questi 5 capitoli e vogliamo ora dedicarci all’approfondimento di un avvenimento importante, ma misterioso: La lotta di Giacobbe con Dio che avviene poco prima della riconciliazione con suo fratello Esaù.
Giacobbe lotta con Dio
Si tratta di un avvenimento alquanto particolare. Non mi risulta infatti che in nessuna altra parte delle Scritture vi sia il racconto di un uomo di Dio che lotta fisicamente con Dio. Si parla certamente di conflitti tra Dio e alcuni suoi figli, come ad esempio Mosè, Giobbe, Geremia, ma sono conflitti di natura spirituale. La lotta di Giacobbe è fisica, tanto è vero che lui rimarrà zoppo per tutta la vita.
Questa lotta inizia senza un motivo dichiarato e quindi siamo chiamati a capire quale sia il motivo di questa lotta. Giacobbe resiste fino alla fine e prima che il suo avversario se ne va, chiede il nome al suo rivale. La risposta che ottiene è una benedizione sotto forma di cambiamento di nome. Chi fosse questa persona non lo sappiamo con certezza, ma Giacobbe è convinto di aver visto Dio faccia a faccia.
E questo è quello che conta, perché Dio ha voluto far capire a Giacobbe qualcosa di importante, qualcosa che si impara solo vivendo e non solo in teoria. Perché nella vita di fede, ci sono cose che si capiscono solo vivendole in prima persona
E questa ci riguarda perché Giacobbe è un’immagine di noi stessi
Mettiamoci ora nei panni di Giacobbe e immaginiamo di essere in piena notte, terrorizzati dal pensiero che c’è un guerriero che ha giurato di ucciderci e che ci sta venendo incontro con 400 uomini armati. Tu però sei disarmato. Hai fatto tutto il possibile per tenerlo buono. Hai mandato davanti a te i tuoi servi con molti doni, ma sai benissimo che lui cerca solo te e che non si lascerà distrarre dai tuoi trucchetti.
Tu sai che Dio ti ha promesso di proteggerti e che è stato proprio Lui a dirti di ritornare nella tua terra. Quindi, perché mai dovresti temere? Eppure, la paura ti ha preso fino al midollo. È proprio quando ci troviamo in situazioni estreme che la paura diventa più forte di noi. Una cosa è quindi credere nella promessa di essere protetti da Dio, un’altra cosa è trovarsi in un vero pericolo e continuare a trovare la forza di confidare in Dio.
Facciamo un esempio. Paolo dice: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” Ma se siamo di notte e veniamo circondati da tre uomini incappucciati ed evidentemente mal intenzionati, che facciamo? Manteniamo la calma o la paura ci prende la mano? Accettiamo la prova di fede che Dio ci concede o cerchiamo di salvarci a modo nostro? Con questo non voglio dire che dobbiamo metterci nei guai da soli per vedere se abbiamo fede. Né tantomeno dico che dobbiamo rimanere inermi senza cercare di salvare la nostra vita. Dobbiamo sempre usare il buon senso e anche la forza se essa serve per proteggere noi stessi e i nostri cari.
Ma prima di tutto dobbiamo confidare in Dio e accettare il fatto che è Lui che ha in mano la nostra vita. Appena scampato il pericolo dobbiamo riflettere su quella situazione, perché c’è sempre da imparare dalle sfide, dalle prove che Dio ci concede.
Ma torniamo a Giacobbe e pensiamo a ciò che aveva ottenuto finora nella sua vita. Aveva usato spesso inganni e trucchi per ottenere dei vantaggi. Lui stesso era stato ingannato da suo suocero più di una volta e la sua moglie preferita era anche lei una ladra e una bugiarda. Dio gli si era manifestato, gli aveva fatto vedere il cielo aperto, gli aveva promesso cose grandissime, ma lui non aveva veramente cambiato il suo modo di vivere. Anche adesso, di fronte alla paura di essere ucciso da suo fratello, aveva escogitato una serie di trucchetti per ingraziarsi il fratello/nemico.
Ma come abbiamo già visto, tutta questa sua paura si è sciolta come neve sotto il sole del deserto. Esaù gli viene incontro e lo abbraccia e piange insieme a lui.
Dio lo aveva rassicurato, quando gli disse di tornare a Canaan. Leggiamo questa promessa che Dio fa a Giacobbe quando gli dice di tornare a Canaan.
Genesi 31:3 Il SIGNORE disse a Giacobbe: Torna al paese dei tuoi padri, dai tuoi parenti, e io sarò con te. Ecco proprio queste ultime 4 parole: “Io sarò con te” fanno la grande differenza. Ma Giacobbe, evidentemente, non ci credeva con tutto il cuore.
Ecco che allora, Dio può decidere di ingaggiare una lotta con la nostra carne per sconfiggere la nostra incredulità. Dio non vuole sopprimerci, non vuole nemmeno vincerci, vuole solo che noi capiamo che senza di Lui non possiamo nulla. Giacobbe forse pensava di essersi in qualche modo guadagnato quello che possedeva e quindi lo considerava suo e lo proteggeva con tutte le sue forze. Ma alla fine si rende conto che avrebbe potuto perdere ogni cosa, anche la sua stessa vita. E allora viene preso dalla paura e lotta. Lotta in prima linea con sé stesso, con la sua carne, con il suo ego.
Ma Giacobbe trova una via di uscita da questa lotta infernale. E la via di uscita è stata quando ha capito che in realtà stava lottando con Dio e che per salvarsi aveva bisogno di vedere Dio. Giacobbe riesce a vedere Dio faccia a faccia e Dio gli fa vedere chi è veramente Giacobbe.
Un uomo che Dio ha protetto e benedetto grandemente, ma che ha sempre cercato di cavarsela con i propri mezzi e trucchetti.
E anche adesso Dio lo costringe a lottare con quella parte di sé stesso che pensa di essersi meritata qualcosa. Quella parte si sé che pensa che il bestiame, la famiglia, la sua stessa vita appartengano a lui.
Giacobbe deve capire che tutto ciò che gli appartiene in realtà appartiene a Dio e che pertanto non c’è motivo per temere di perderlo.
E quando Giacobbe capisce questa verità, allora Dio gli dà una nuova vita, un compito, una missione secondo la volontà di Dio. Giacobbe diventa colui che lotta con Dio e capostipite di un popolo che lotterà per Dio. È così che Dio gli dà un nuovo nome e lo chiama Israele, ovvero colui che lotta con Dio.
La luce del nuovo giorno gli fa vedere la realtà delle cose. Ogni sua paura si è dimostrata inutile e infondata. Esaù e lì che lo aspetta a braccia aperte. Giacobbe visse così uno dei momenti più belli della sua vita. Ed è da questo momento in poi che lui comincia veramente a vivere.
L’apostolo Paolo ci parla di questa lotta interiore che al tempo stesso è una lotta con Dio. Si tratta di una lotta che ogni credente è chiamato a fare fintanto che vivrà su questa terra. Leggiamo da Romani 7:22-25 Infatti io mi compiaccio della legge di Dio, secondo l’uomo interiore, ma vedo un’altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente e mi rende prigioniero della legge del peccato che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. Così, dunque, io con la mente servo la legge di Dio, ma con la carne la legge del peccato.
Non dobbiamo però dimenticare un dettaglio apparentemente di poco conto. Giacobbe se ne esce con un’anca slogata e rimane zoppo per sempre. Queste esperienze così intense, così terribili, possono lasciare il segno.
Ma non dobbiamo disperare per questo, perché anche queste cose cooperano per il nostro bene. Il Giacobbe zoppo rappresenta l’uomo depotenziato nella carne, ma rinforzato nello spirito e nella fede. E di queste due cose ne avrà estremamente bisogno negli anni che seguiranno. E di queste cose ne abbiamo bisogno pure noi, oggi, perché anche noi abbiamo le nostre lotte da fare.
Questa lotta non è sempre innocua e a volte Dio, nella Sua grande saggezza, può decidere che per il nostro bene dobbiamo subire un danno permanente, ma non per forza un’anca slogata. Vediamo quale è stato il danno subito da Paolo.
L’apostolo scrive così alla chiesa di Corinto: 2 Corinzi 12:7-9a E perché io non avessi a insuperbire per l’eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca. Tre volte ho pregato il Signore perché l’allontanasse da me; ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza».
La potenza di Dio si dimostra perfetta nella nostra debolezza.
Amen.


Comments are closed