Abraamo, che bella vita!

Carissimi, oggi giungiamo alla fine del nostro percorso di scoperta della vita di Abraamo. Abraamo, come ogni altro uomo, muore e viene sepolto. Alcuni anni prima era morta anche sua moglie, Sara. Dopo di lui, a raccogliere l’eredità della solenne promessa che Dio fece ad Abraamo, ci sarà suo figlio Isacco; il figlio della promessa, come dice l’apostolo Paolo, quando parla di lui.

La storia di Abraamo è una storia vera, realmente accaduta 4.000 anni fa, ma essa è ricca di episodi che ci hanno aiutato a riflettere anche sulla nostra vita di oggi, sulla nostra fede, sulle prove che il Signore ci concede e sul significato di queste prove.

Oltre ad Abraamo abbiamo visto anche altri personaggi, come appunto Sara, il suo servo Eliezer, suo figlio Isacco e Rebecca, la sposa di Isacco. Alcune di queste storie non hanno solo un significato storico, ma anche simbolico e profetico.
Alcuni dei personaggi, infatti, hanno un significato tipologico e alcune di queste storie prefigurano ciò che sarebbe accaduto migliaia di anni dopo con la venuta del Messia. Di quel Gesù di Nazareth di cui si parla in tutta la Bibbia.

Alcuni giorni dopo la morte di Gesù due suoi discepoli erano in cammino verso Emmaus, un piccolo villaggio che stava a circa 10 km da Gerusalemme. Durante il cammino venne loro incontro una persona che parlò loro di Gesù Cristo e di quello che era accaduto pochi giorni prima. Questa persona era Gesù risorto e disse loro una frase che è importante anche per noi oggi che abbiamo in mano la Bibbia.

Gesù disse loro: «O insensati e lenti di cuore nel credere a tutte le cose che i profeti hanno dette! Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?» E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano. (Luca 24:25-27).

Gesù stesso quindi ci rivela che in tutte le Scritture ci sono cose che lo riguardano.
Oggi vedremo in che modo alcune storie di Abraamo ci parlano di Gesù, di Dio Padre, dello Spirito Santo e anche della Chiesa. Ma prima di passare a questa parte della predicazione voglio prima riassumere ciò che troviamo nei capitoli 23 e 25 di Genesi dove si parla degli ultimi giorni della vita del grande patriarca e di sua moglie Sara.

Riassunto dei capitoli 23 e 25 fino al versetto 18

Sara muore a Ebron all’età di 126 anni e Abraamo compra una tomba e il terreno circostante per poter sepellire dignitosamente sua moglie. Il luogo di sepoltura è la grotta di Macpela dove verranno poi sepolti anche Abraamo, Isacco, Giacobbe.
La Bibbia non ci dice nulla di più della morte di Sara, ma sappiamo che anche lei è annoverata tra gli eroi della fede e che quindi ora riposa al cospetto di Dio.

Dopo la morte di Sara, Abraamo decide che è giunto il momento di trovare una moglie per Isacco. Di questo ne abbiamo già parlato l’ultima volta e quindi passo oltre. La storia prosegue dicendoci che dopo la morte di Sara, Abraamo ebbe un’altra moglie che gli diede altri figli e figlie. Ma Abraamo inviò questi figli lontano da Isacco. Poi anche per Abraamo giunse il giorno in cui si deve dire addio a questo mondo.

Abraamo, esempio di fede per tutti coloro che credono nel Dio della Bibbia, muore e si riunisce al suo popolo all’età di 175 anni. La morte non è la fine di ogni cosa, ma il passaggio da una dimensione ad un’altra. Gesù, parlando di Abraamo, ci dice che egli non è da contare tra i morti, perché Dio non è un Dio dei morti, ma dei viventi.
La Bibbia dice che Abraamo si è riunito alla sua discendenza biologica. Ma per quello che riguarda noi, cristiani del terzo millennio, Abraamo è anche il padre spirituale del popolo di Dio, ovvero di tutti coloro che credono in Gesù Cristo.

Abraamo entra così a far parte del popolo di Dio, ovvero di quel popolo che nel corso dei secoli della storia dell’umanità è stato giustificato davanti a Dio per sola fede e che vivrà al cospetto di Dio per l’eternità. È interessante notare che Gesù definisce questo luogo eterno come il “seno di Abraamo”.

La Bibbia afferma che Abraamo morì in prospera vecchiaia, attempato e sazio di giorni. Ciò significa che ad Abraamo non mancava nulla e che aveva vissuto la sua vita fino in fondo. E chi non desidera una vita del genere? Abraamo è stato grandemente benedetto da Dio. Da quel Dio che però gli ha dato diverse prove da superare, alcune delle quali estremamente dolorose e umanamente impossibili.
Ma lui ha perseverato nella fede fino alla fine dei suoi giorni. E anche noi siamo chiamati a perseverare nella fede fino alla fine, perché alla fine del percorso c’è la salvezza, la vita eterna, la gioia infinita, la vera pace dell’anima, il seno di Abraamo.

L’apostolo Paolo ci parla in questo modo della vita di Abraamo:
Leggiamo dal capitolo 4 della lettera ai Romani i versetti da 18 a 25
Egli, sperando contro speranza, credette, per diventare padre di molte nazioni, secondo quello che gli era stato detto: «Così sarà la tua discendenza». Senza venir meno nella fede, egli vide che il suo corpo era svigorito (aveva quasi cent’anni) e che Sara non era più in grado di essere madre; però, davanti alla promessa di Dio non vacillò per incredulità, ma fu fortificato nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli ha promesso, è anche in grado di compierlo. Perciò gli fu messo in conto come giustizia. Or non per lui soltanto sta scritto che questo gli fu messo in conto come giustizia, ma anche per noi, ai quali sarà pure messo in conto; per noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù, nostro Signore, il quale è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.

Paolo, ispirato dallo Spirito Santo ha capito una verità fondamentale: Il peccatore è giustificato solo per fede. Solo la fede in Gesù Cristo consente di NON essere giudicati colpevoli di fronte a Dio. Nessuna nostra opera potrà mai giustificarci davanti a Dio. La vita di Abraamo è la dimostrazione di questa verità biblica.

Davanti alla tomba di Abraamo, si riuniscono i due primi figli di Abraamo:
Ismaele e Isacco e in questa circostanza la Bibbia ci parla brevemente di Ismaele e della sua discendenza. Vorrei quindi condividere con voi una riflessione su di lui.

Ismaele era il primo figlio di Abraamo e morì all’età di 137 anni. I suoi figli furono i capi di dodici popoli che abitarono in una fascia di terra che si estende tra l’Egitto e l’Assiria. Essi abitarono proprio di fronte al territorio promesso da Dio ad Abramo, e quindi anche a Isacco e alla sua discendenza.

È interessante notare che ancora oggi, a distanza di 4.000 anni, le discendenze di Isacco e di Ismaele, ovvero gli ebrei e gli arabi, sono ancora una di fronte all’altra.
Nel corso di questi millenni il popolo ebraico ha rischiato più volte di estinguersi, ma è sempre riuscito a risollevarsi e a garantire una discendenza biologica, culturale e religiosa. E in tutti questi secoli, non sono stati solo gli arabi a mettere in pericolo l’esistenza del popolo eletto di Dio, ma anche e soprattutto gli antichi egizi, i babilonesi, i persi, i greci, i romani, ma anche gli europei e i nazisti in particolare.

Ebrei e arabi sono stati per lunghi secoli in conflitto tra loro e ancora oggi non trovano pace, nonostante che la tomba di Abraamo sia a Hebron, ovvero in mezzo a loro. Essi continuano a diffidare l’uno dell’altro, molto spesso si odiano e si fanno la guerra frequentemente.
Ma in realtà, questi due popoli hanno in comune molte cose. Professano religioni similari, condividono molti profeti e anche molti principi morali. Non mangiano maiale e sgozzano gli animali che mangiano. Condividono anche molte espressioni linguistiche e scrivono da destra a sinistra. Ma allora perché si odiano così tanto?

Tutti e due questi popoli hanno un legame profondo con la religione e purtroppo la usano spesso per giustificare atti politici e a anche atti di guerra. Ma c’è un’altra cosa molto importante che hanno in comune e che a mio giudizio è anche la causa principale della loro incapacità di vivere in pace.

Giudei e musulmani, non riconoscono Gesù come il Messia, come il loro Salvatore.
Non credono in Colui che dona la pace nel cuore, in Colui che ha detto che il Suo regno non è di questo mondo. Non credono in quel Gesù che ha sgridato Pietro per aver usato la spada contro un servo del Sommo Sacerdote che era venuto di notte ad arrestarlo per condannarlo a morte e per crocifiggerlo.

Tutti e due queste religioni non accettano il sacrificio espiatorio di Gesù Cristo e sono schiavi di una religione che non prevede il perdono dei peccati per sola grazia.
Non avendo accolto nel loro cuore l’atto di estremo amore che Dio ha fatto a tutta l’umanità, non sono capaci di perdonare il nemico, non sono in grado di rispondere al male con il bene. Sono rimasti alla logica del dente per dente e occhio per occhio.
È triste dirlo, ma credo che sia necessario ricordarlo, oggi più che mai.

Oggi, la tomba di Abraamo è un luogo di pellegrinaggio, in particolare per i fedeli musulmani ed ebrei. Questo è il luogo dove si ricorda il padre del monoteismo, ovvero di tutte quelle religioni che prevedono l’esistenza di un solo Dio: Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Ma in questo luogo non c’è pace.

Il simbolismo del Vecchio Testamento, il suo significato tipologico

Come detto, le storie narrate nell’Antico Testamento sono storie reali che parlano di persone realmente esistete e di fatti realmente accaduti. Ciò nonostante alcune di esse ci aiutano a capire delle realtà spirituali e che ci fanno intravedere il progetto che Dio ha concepito per l’umanità e che ha realizzato ancora solo in parte.

Nella storia di Abraamo possiamo vedere che alcuni personaggi storici possono essere visti come tipi di persone spirituali, quali il Dio Padre, Gesù Cristo e lo Spirito Santo. Stamattina parleremo solo di due esempi. Vedremo solo i simbolismi più famosi che derivano da storie che spero ricorderete molto bene, visto che le abbiamo viste insieme non molto tempo fa. Parleremo infatti del significato simbolico del sacrificio di Isacco e della ricerca di una moglie per Isacco.

Ma attenzione, questo modo di leggere la Bibbia, non deve portarci a sviluppare le nostre fantasie, ma piuttosto deve aiutarci ad ammirare la sapienza di Dio che con la Sua parola è capace di parlarci contemporaneamente su più livelli e di darci più messaggi in una sola volta. D’altra parte, come ho già detto altre volte, raramente Dio, con un solo colpo, prende una sola mosca.

Abraamo sacrifica Isacco – Dio Padre sacrifica il Figlio

La prima storia simbolica riguarda il (quasi) sacrificio di Isacco su uno dei monti del paese di Moria. Dalla storia che la Bibbia ci narra sappiamo che il sacrificio di Isacco non è stato portato fino in fondo perché Dio, all’ultimo momento, ha dato ad Abraamo un agnello da sacrificare al posto del proprio figlio.
Ma Abraamo questo non poteva saperlo e per almeno tre giorni ha dovuto convivere con la certezza che avrebbe ucciso il suo figlio prediletto con le sue proprie mani.
Ma Abraamo continuò a sperare nella misericordia di Dio e a credere nella risurrezione dei morti. La lettera agli Ebrei, capitolo 11, versetto 19 dice infatti che: Abraamo era persuaso che Dio è potente da risuscitare anche i morti; e riebbe Isacco come per una specie di risurrezione.

Ora, questo racconto storico quale altro avvenimento storico potrebbe prefigurare?
Credo sia palese il fatto che questa storia ci ricorda in modo drammatico ciò che è accaduto circa 2.000 anni dopo sul monte Golgota; ma con una differenza.
La differenza sostanziale è che sul monte Golgota Dio non ha provveduto ad un agnello sostitutivo, ma ha lasciato che gli uomini umiliassero, maltrattassero e infine crocifissero fino alla morte il Suo Figlio prediletto, Gesù Cristo.
Così come sul monte Moria Abraamo non ha rifiutato il sacrificio del suo unico figlio, così Dio, sul monte del Golgota, non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha donato per noi affinché avessimo la vita eterna.

Ricordate cosa disse Isacco ad Abraamo? Padre mio, ecco il fuoco e la legna; ma dov’è l’agnello per l’olocausto? Essi distavano ancora a tre giorni di cammino dal monte che Dio aveva indicato ad Abraamo come il luogo del sacrificio. Per tre interi gironi di cammino Isacco ha dovuto accontentarsi della breve risposta del padre: “Dio stesso provvederà all’agnello”. In quei tre giorni Isacco non ha detto nulla e tutti noi possiamo ammirare la sua mansuetudine e la sua ubbidienza al padre.

E questo ci ricorda di come il profeta Isaia profetizzò della morte di Gesù scrivendo: Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l’agnello condotto al mattatoio, come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca (Isaia 53:7).

Possiamo ora riassumere il simbolismo con questo schema riassuntivo:

Il PadreAbraamo deve sacrificare IsaccoDio deve sacrificare Gesù
Il FiglioIsacco, il figlio della promessaGesù, il Figlio di Dio
Il MonteIl monte Moria (Gerusalemme)Il Golgota (Gerusalemme)
Il LegnoIsacco prende su di sé la legnaGesù porta la croce (il legno)
UbbidienzaIsacco andò col padre verso la meta“Non la mia, ma la Tua volontà”
Il TempoTre giorni di cammino con la morte nel cuore per poi risuscitareIl terzo giorno risuscitò dai morti

Vediamo così che questa storia accaduta 4.000 anni fa, prefigura un evento di 2.000 anni fa. Un evento che ha cambiato per sempre la storia dell’umanità.

Abraamo trova moglie ad Isacco – Dio provvede alla sposa di Gesù

Vi ricorderete certamente di come Abraamo trovò una moglie per Isacco. Non serve quindi che vi ricordo la storia. Se rimaniamo in sintonia con quello che abbiamo visto nella storia precedente, possiamo subito capire che anche in questa storia Abraamo è tipo di Dio padre, mentre Isacco è tipo di Gesù Cristo.

La differenza fondamentale è però che in questo racconto Gesù non è sacrificato, ma bensì è già risorto e sta nei cieli alla destra del Padre celeste. In questo luogo celeste Gesù rimarrà fino all’ora stabilita dal Padre quando ritornerà per rendere giustizia a tutte le ingiustizie di questo mondo. Molti profeti parlano di questo avvenimento, ma il Salmo 110 ci dice anche che cosa il Padre dice a Gesù fintanto che il tempo della sua seconda venuta non sia venuto. Il Padre dice a Gesù: “Siedi alla mia destra finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi” (Salmo 110:1).

In questa storia ci sono due personaggi che dobbiamo in qualche modo abbinare tipologicamente ad altre persone spirituali. Infatti in questa storia si parla di Rebecca (sposa promessa ad Isacco) e del servo fedele di Abraamo, Eliezer (incaricato della ricerca della sposa). Chi rappresentano quindi Rebbecca e il servo Eliezer?

Il Nuovo Testamento parla più volte della sposa di Cristo e delle nozze dell’Agnello. Questa sposa è la chiesa di Gesù. Una sposa che Il Signore ama teneramente e che vuole renderla santa per presentarla al Padre senza macchia, né ruga.

In nessuna parte della Bibbia, lo Spirito Santo viene definito come un servo (è pur sempre Dio), ma quando Gesù parla del suo ruolo su questa terra ci dice che lo Spirito convincerà il mondo, che guiderà nella verità e che non parlerà di suo, ma che dirà tutto ciò che ha udito dal Padre glorificando il Suo nome.

AbraamoDio padreChe desidera e prepara le nozze dell’Agnello
IsaccoGesù Cristo (glorificato)Il figlio che attende la sposa
Il servoLo Spirito SantoColui che parla fedelmente del Signore
RebeccaLa Chiesa di CristoLa vergine scelta nel mondo


Vediamo così che questa storia che ci parla di un avvenimento accaduto 4.000 anni fa, porta in sé la rappresentazione spirituale di ciò che accadrà nel futuro.

E se qualcuno dubitasse del fatto che queste sono solo storielle che ci parlano di un futuro fantasioso al solo fine di illudere le persone è il caso di ricordare che la prima storia è stata scritta 1.500 anni prima delle cose che sono accadute sul Golgota e che pertanto non è ragionevole pensare che sbagli quando ci parla del futuro.

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I patriarchi

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