Giacobbe in Mesopotamia
Carissimi, oggi faremo un grande passo nella storia di Giacobbe. I capitoli dal 28 al 31 ci raccontano della fuga di Giacobbe da casa di suo padre Isacco, della sua vita in Mesopotamia e del suo viaggio di ritorno verso la terra promessa, Canaan. Giacobbe restò in Mesopotamia per 20 anni dove lavorò alle dipendenze di suo zio Labano (fratello di sua madre Rebecca) che lo ingannò molte volte.
Giacobbe ritornò a Canaan dopo 20 anni portando con sé grandi ricchezze, due mogli, due concubine, 12 figli, numerose greggi, cammelli, asini, serve e servi. In questi anni sono successe molte cose, ma per ragioni di tempo, oggi vedremo solo i due episodi più importanti.
Dio parla a Giacobbe
Il primo episodio riguarda il suo primo incontro con Dio. Giacobbe era scappato di casa e aveva lasciato ogni cosa dietro di sé. I suoi genitori gli avevamo consigliato di andare nel paese da cui proveniva sua madre, ovvero la regione di Padan-Aram, dove si trova la città di Haran o Caran. Suo nonno Abraamo era arrivato in questa città dopo aver lasciato la sua città natale di Ur che si trovava molto più a sud. Abraamo era diretto a Cannan, ma si fermò nella città di Haran insieme al resto della sua famiglia. Abraamo lasciò Caran solo dopo la morte del padre, ma suo fratello Naor rimase in quella città ed ebbe 12 figli e figlie. Tra questi vi era anche Betuel, padre di Rebecca e di Labano e quindi nonno di Lea e di Rachele.
Lungo il cammino, Giacobbe cercò un luogo dove passare la notte e prese una pietra che usò come cuscino. Quella notte fece un sogno in cui vide una scala che aveva i piedi sulla terra, mentre la cima toccava il cielo. Sulla scala vide degli angeli di Dio che salivano e che scendevano dal cielo. In cima alla scala c’era il Signore che gli disse: «Io sono il SIGNORE, il Dio di Abraamo tuo padre e il Dio d’Isacco. La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra e tu ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a meridione, e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto». (Genesi 28,13-15)
Quando Giacobbe si risvegliò si rese conto che il Signore si era manifestato proprio a lui e così al mattino fece un patto con il Signore, giurando solennemente che se Dio lo avesse protetto, gli avesse dato da mangiare e da vestire e che se fosse tornato a casa di suo padre sano e salvo, il Dio di suo padre e di suo nonno sarebbe diventato anche il suo Dio. Inoltre, promise che avrebbe pagato la decima al suo Signore. Poi Giacobbe partì per proseguire nel suo viaggio. Questa vicenda ci parla di un evento molto significativo perché presenta delle verità spirituali di grande importanza e molto significative per la vita di ogni credente.
Dio si manifesta in ogni luogo e lo fa in modo diretto. Non serve andare in una sala di culto o in una chiesa per poter parlare con Dio perché Dio si manifesta ovunque c’è una persona disposta ad ascoltarlo. Giacobbe ha un sogno e vede qualcosa di straordinario, che nessun uomo aveva visto prima di lui. Gli angeli che salgono e scendono da una scala che arriva fino a Dio ci dice che Dio è in grado di intervenire nelle cose di questo mondo attraverso i suoi messaggeri, le sue persone di fiducia.
Giacobbe era da solo, era in fuga e temeva per la sua vita. Ma in questo momento di grande debolezza e di paura, Dio non gli fa mancare la Sua voce. Ed effettivamente, è proprio nelle situazioni di debolezza che le persone diventano particolarmente sensibili alla voce di Dio. Giacobbe, in realtà non era da solo, perché Dio non lo aveva mai perso di vista, ma lui, fino al quel giorno, non se ne era ancora accorto. Forse pensava che Dio si trovasse solo presso l’altare di suo Padre Isacco, ma ora capisce che la casa di Dio è li dove a lui serve di più, nel luogo esatto del suo smarrimento.
Questa è una grande verità spirituale che riguarda molte persone che si convertono a Dio. Nel momento della conversione capiscono che Dio non li ha mai persi di vista. Capiscono che Dio li ha sempre protetti, anche quando loro a Dio neanche ci pensavano. Si rendono anche conto che Dio li aveva già chiamati più volte, ma che loro non erano in grado di sentire la Sua voce o di prenderla sul serio. Per tale ragione, è spesso necessario che le persone si trovino in serie difficoltà per poter riuscire a sentire la voce di Dio. Non è sempre così, ma ho sentito moltissime testimonianze in tale senso.
Giacobbe sente la voce di Dio e Dio gli conferma tutte le benedizioni che aveva dato ad Abraamo e a Isacco. Dio gli rinnova la Sua fiducia, nonostante Giacobbe avesse agito male. Ovviamente Dio sapeva già come andava a finire la storia di Giacobbe. Ma noi dobbiamo metterci nei panni di Giacobbe. Per noi che viviamo nell’era della grazia e del perdono c’è una certezza. Un figlio di Dio rimane figlio dal primo giorno in cui si converte fino al giorno che Dio lo richiama a sé. Ogni figlio di Dio può peccare, può cadere e ritrovarsi con una fede debole e fredda, può sentirsi lontano. Ma ciò non significa che Dio lo ha abbandonato o che ritira le Sue promesse. La promessa di Dio è insindacabile, è sicura, è eterna. Nessuno può rapire le pecore dalla mia mano e dalla mano del Padre mio, dice Gesù.
Molto spesso, quando vogliamo fare le cose di testa nostra combiniamo dei pasticci, a volte anche dei grandi pasticci. Per questa ragione è di fondamentale importanza prenderci il tempo necessario ad ascoltare la voce di Dio. Se non lo facciamo, facciamo del male a noi stessi, agli altri e inoltre rattristiamo lo Spirito Santo che vorrebbe parlarci di Gesù e della Sua via. Forse è proprio per questo che a volte in Signore ci concede di fare delle cose poco buone (come ad esempio ingannare nostro padre e nostro fratello), affinché ci rendiamo conto che senza di Lui non siamo in grado di fare nulla di buono. A volte Dio ci lascia “cuocere nel nostro stesso brodo”. Lo fa per il tempo strettamente necessario a renderci umili e a farci riaprire le orecchie e gli occhi.
Giacobbe ha sentito la parola di Dio ed ora è sereno, felice di non essere più solo. Decide così di erigere un piccolo monumento dedicato a questo suo primo incontro con Dio. Prende la pietra sulla quale ha dormito, ci versa sopra dell’olio e da un nome a questo luogo: lo chiama Betel, la casa di Dio.
Queste azioni sono ricche di significato anche per noi. Sul piano spirituale e biblico la pietra significa immutabilità, ma anche e soprattutto: Gesù. Egli è la pietra angolare della Chiesa; Egli è la roccia a cui aggrapparsi nelle tempeste di questo mondo.
L’olio che Giacobbe vi versa sopra raffigura le preghiere che il credente porta a ringraziamento e lode del Suo Signore. In altre parole, Giacobbe costruisce un altare rudimentale su cui versare le proprie preghiere e le proprie lodi a Dio.
Ognuno di noi è in grado e dovrebbe costruire di questi altari nella propria vita. Al mattino o alla sera nella solitudine della propria stanzetta. Ma anche durante il giorno, nella solitudine del tragitto che ci porta al lavoro e ogni qual volta abbiamo un po’ di tempo e tranquillità. Questi altari virtuali ci servono a staccare dalla nostra vita quotidiana e ad attaccarci al filo che ci lega con Dio. Servono a ricordarci che c’è un Dio onnipotente che non ci abbandona mai.
Dare un nome alle cose è una cosa indispensabile per capire il mondo, ma anche per comunicare con gli altri. Giacobbe fa proprio questo. Battezza il luogo del suo incontro con Dio, dandogli un nome. Lui ha scelto “Betel” (la casa di Dio), ma non dobbiamo pensare che il nome sia importante. Ciò che conta è che il nome ci deve ricordare che cosa è accaduto in quel luogo.
È molto salutare per la nostra crescita spirituale se lungo il percorso della nostra vita mettiamo delle pietre con dei nomi per ricordarci dei momenti più importanti. Possiamo farlo per ricordare il giorno in cui abbiamo deciso di seguire Gesù, per il giorno del nostro matrimonio, della nascita di un figlio, ecc. Voi forse direte che in realtà fanno tutti così, credenti o non credenti che siano. Si è vero, ma vi faccio notare che Giacobbe sapeva molto bene perché lo faceva e di certo non lo faceva perché lo fanno gli altri. Possiamo festeggiare un compleanno o anniversario di matrimonio o anche semplicemente il giorno di Natale. Ciò che conta non è il giorno in sé, ma il significato spirituale che noi vogliamo dare a questo evento.
Se tu mi proteggi, se mi dai da mangiare e da vestire e se mi fai tornare a casa sano e salvo, allora tu sarai il mio Dio e io ti darò la decima. Così pensava Giacobbe. Un atteggiamento del tutto comprensibile, ma assolutamente privo di vera fede in Dio. Giacobbe aveva fatto un primo passo verso Dio, ma davanti a lui c’era ancora una lunga strada di santificazione da fare. Può essere così è anche per noi.
Facciamo un esempio: “Mio caro Gesù, tu vedi come sono malato e come temo per la mia vita. Ma io ti prometto che se tu mi guarirai, io ti sarò sempre fedele e che non fumerò mai più sigarette”. Solo che, una volta guariti, cosa facciamo? Una volta passato lo spavento e la paura torniamo a fare le stesse cose di prima. Noi tutti siamo irriconoscenti e smemorati, ma pretendiamo da Dio che Lui si ricordi di noi quando a noi serve. Siamo davvero fortunati che Dio è misericordioso e paziente.
Dio mantiene sempre le Sue promesse e non vi è nulla che possa opporsi alla Sua volontà. Quando lo preghiamo per chiedere aiuto dobbiamo sempre ricordarci che è Lui che ci ha donato la vita e che è sempre Lui può riprenderla secondo il Suo volere. Noi non siamo in grado di fare promesse a Dio, possiamo però chiedergli di darci la forza di accettare ogni Sua decisione, qualunque essa sia.
Se Dio vuole guarirci, ci guarirà; il come e il quando lo decide Lui. Solo Lui sa quali sono le opere che abbiamo ancora da compiere e quando lo faremo. Se Dio vuole darci prosperità, ce la darà quando saremo pronti a usare questa ricchezza per fare ciò che è giusto ai Suoi occhi. Non serve dire: se mi dai da mangiare e da vestire, se mi proteggi, io ti crederò e ti sarò riconoscente. Molto meglio è dire: grazie Signore per tutto quello che mi hai già dato e per tutto quello che mi vorrai ancora dare. Lo accetto come un dono che io non ho meritato in alcun modo.
Giacobbe nel labirinto della vita coniugale
Giacobbe arriva a Caran e incontra la gente del luogo tra cui anche Rachele, figlia di suo zio Labano. Giacobbe amò Rachele dal primo giorno che la vide. Fece un accordo con Labano per avere Rachele in moglie in cambio di 7 anni di lavoro come pastore. Conclusi i sette anni di lavoro, Labano inviò di notte nella tenda di Giacobbe l’altra figlia, Lea, la figlia maggiore. I due si unirono. Giacobbe però se ne accorse solo al mattino e si arrabbiò. Ma Labano gli propose un altro accordo. Se Giacobbe avesse lavorato altri 7 anni per lui, avrebbe potuto avere anche Rachele. Così Rachele divenne la sua seconda moglie e Giacobbe lavorò altri 7 anni per Labano.
Si tratta di un chiaro esempio di bigamia. Una pratica tollerata nell’antichità, ma che a Dio non è mai piaciuta. Infatti, Dio creò un uomo e una donna e non due donne e un uomo. Dal racconto di oggi possiamo vedere i frutti marci di questa bigamia.
Giacobbe amava Rachele, ma trascurava Lea. Allora il Signore fece diventare Lea feconda e rese invece sterile Rachele. Lea partorì così 4 figli a Giacobbe.
Ma Rachele non sopportava di essere inferiore a sua sorella e quindi propose a Giacobbe di prendere la sua serva Bila per avere figli con lei. Bila partorì così 2 figli. Quando Lea vide questo prese la sua serva Zilpa e la diede a Giacobbe e Zilpa partorì così 2 figli. Poco tempo dopo Lea si unì di nuovo a Giacobbe ed ebbe altri 2 figli e una figlia. Infine, Dio volle dare gioia anche a Rachele e lei riuscì ad avere finalmente un figlio. Questo figlio lo chiamò Giuseppe.
In sintesi, vediamo come nel giro di 7 anni Giacobbe si unisce a 4 donne e diventa padre 12 volte. Dal testo si capisce che tutto questo accade principalmente a causa della rivalità tra Lea e Rachele. Rivalità scatenata dal fatto che Giacobbe amava Rachele e trascurava Lea. Vi ricordate di Sara e Agar? Non vi pare che vi siano delle similitudini? A me pare del tutto evidente che un uomo non può rendere felice due donne, perché ne preferirà sempre una rispetto all’altra. Al tempo stesso è anche evidente che le donne entrano in conflitto per avere il primo posto in famiglia. Questa rivalità non può che creare scompiglio, conflitto e dolore in una famiglia.
Potrebbe essere che noi uomini siamo tentati di pensare che Giacobbe sia stato fortunato perché se l’è spassata con 4 donne. Ma io vi dico che ognuno di noi dovrebbe piuttosto riflettere sulla grande sofferenza che tutto questo ha provocato in ogni membro di questa grande famiglia. La Bibbia non ne parla esplicitamente, ma è evidente che questa storia è stata riportata nella Bibbia per farci riflettere sugli errori commessi da Giacobbe e dalle sue mogli.
Dio ha creato gli uomini e le donne e sa anche quali sono i limiti di queste stupende creature. Nessuna creatura umana è stata creata con la capacità di amare due persone nello stesso modo. Per forza di cose, ne amerà una di più dell’altra. E questo disequilibrio non va bene, perché genera invidie e contese sentimentali con ripercussioni anche sul piano materiale e sulla vita dei figli. La famiglia Giacobbe non è un esempio di famiglia secondo il piano di Dio.
Oggi la bigamia è vietata per legge, ma esistono forme simili che di fatto sono tollerate dalla nostra società, come ad esempio avere un’amante. Oggi esistono anche situazioni in cui i ruoli sono invertiti, ovvero dove è la donna ad avere sia un marito che un amante. Ma a tal proposito si deve dire chiaramente che l’adulterio è peccato sia per il Vecchio che per il Nuovo Testamento.
Gesù stesso ci ricorda che il matrimonio, e più in generale l’unione carnale tra un uomo e una donna, è qualcosa che fa parte del piano eterno di Dio. Marco 10:6-8 … al principio della creazione Dio li creò maschio e femmina. Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne. Così non sono più due, ma una sola carne.
Dio istituisce il matrimonio come l’unione tra due persone diverse che hanno il compito di completarsi a vicenda fino a diventare una cosa sola. Dio rende responsabili ambedue i coniugi di ciò che accade all’interno della famiglia perché ognuno ha da portare la sua parte di fedeltà, rispetto, amore e cura per l’altro.
L’unione coniugale è talmente importante agli occhi di Dio che l’apostolo Paolo la paragona al rapporto tra Gesù e la Sua chiesa. Leggiamo Efesini 5:28-29
Allo stesso modo anche i mariti devono amare le loro mogli, come la loro propria persona. Chi ama sua moglie ama se stesso. Infatti nessuno ha mai odiato la propria persona, anzi la nutre e la cura teneramente, come anche Cristo fa per la chiesa.
Amare la propria moglie o il proprio marito è quindi un dovere per chiunque si dice discepolo di Gesù e intende seguirne l’esempio. Un compito molto difficile, che mette a dura prova la nostra carne, ma che porta con sé una grande opera di santificazione e una grande testimonianza per un mondo che calpesta senza problemi i principi che Dio ha istituito già dalla creazione del genere umano.
Amen


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